CONOSCENZA E SAPIENZA

By carmine arice
Pubblicato il 1 Marzo 2022

Cari lettori e care lettrici, nella lunga lettera già citata lo scorso mese, scritta da san Gabriele dell’Ad-dolorata dal convento di Isola del Gran Sasso al fratello Enrico, sacerdote, il 9 maggio 1861, tra le numerose e diverse esortazioni che il santo fa su molteplici aspetti della vita cristiana e sacerdotale, si legge: “Quello che più ti raccomando e per cui ti scrivo è lo studio Enrico mio, credimi, se tu negli anni che sono stato da te lontano non hai fatto un vero e non scarso profitto, perdona ad uno che ti parla con vero amore, fratello mio, tu non puoi in coscienza essere un buon sacerdote”.

Sorprende vedere come il fratello più piccolo diventi guida spirituale per quello più grande, il laico per il sacerdote, il religioso per il pastore d’anime ed è ammirevole constatare anche come il legame di sangue non impedisca ai due fratelli di soprannaturalizzare la relazione, senza alcun “rispetto umano” come si diceva un tempo. A ben vedere, oggetto e preoccupazione della lunga lettera, ma anche delle altre scritte agli altri membri della famiglia Possenti, è sempre e solo uno: esortare ad amare con tutto il cuore, la mente e le forze il Signore, e invitare a dare gioia al cuore materno di Maria, la Vergine Addolorata.

Mi viene spontanea una domanda: nelle nostre famiglie abbiamo ancora il coraggio di parlare di Dio, del Vangelo, della vita cristiana vissuta in fedeltà alla legge morale, all’amore reciproco con il prossimo e nella generosa carità verso i poveri, o c’è un pudore fuori luogo che ce lo impedisce? Avremmo noi il coraggio di san Gabriele nell’esortare e quando necessario anche ammonire i nostri familiari, spingendoli continuamente ad amare il Signore sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi? Insomma nelle nostre case risuona ancora il nome Gesù oppure ci vergogniamo a farlo nel timore di passare come bigotti lasciando spazio ad altri discorsi, a volte davvero molto più sciatti e superficiali?

E veniamo all’oggetto dell’esortazione rivolta al fratello don Enrico da san Gabriele: senza studiare non si può essere buoni sacerdoti! Con rispetto al santo aggiungo: senza studiare non si può essere nemmeno buoni cristiani e difficilmente sapremo rendere ragione della speranza che è in noi (Cfr. 1Pt 3,15). Certo, la condizione per essere veri testimoni è che il Vangelo sia vissuto con radicalità, la pratica delle opere di misericordia sia concreta, l’amore a Dio sopra ogni cosa sia senza riserve… ma questo è difficilmente attuabile se non sapremo mettere nella nostra mente semi di sapienza e di conoscenza del mistero di Dio. C’è di più: in un tempo nel quale siamo bombardati da messaggi di tutt’altro tipo, attentamente studiati da esperti della comunicazione, come riequilibrare le informazioni consce e inconsce che entrano attraverso gli occhi e l’udito fino a influenzare il pensiero? Con ragione diceva il santo teologo Tommaso d’Aquino: nulla può essere voluto se non è prima conosciuto; come “volere” Dio se non conosciamo la sua bellezza, verità e necessità? Conseguenza sarà, qualora ci dicessimo ancora cristiani, il pericolo di fare un’esperienza più emotiva che effettiva, fragile nelle difficoltà, insignificante nell’agire.

Cari amici, ai nostri tempi non mancano strumenti accessibili a tutti per dare allo studio della Sacra Scrittura, della Teologia, della Storia della Chiesa e della morale cristiana lo spazio necessario perché il mistero di Dio si riveli a noi in tutta la sua bellezza e possiamo essere maggiormente coscienti della grazia che abbiamo avuto ad incontrare Cristo, sapienza del Padre e Salvatore dell’umanità.

Comments are closed.