UNA SVOLTA RIVOLUZIONARIA

By Angelo Paoluzi
Pubblicato il 3 Ottobre 2014

È veramente “storico” – così lo hanno definito – il risultato del referendum scozzese per l’indipendenza? Il voto che a metà settembre al 55 per cento ha confermato la permanenza della Scozia nel Regno Unito ha tranquillizzato un po’ tutti, il governo inglese, l’Europa, le borse, ma ha anche sanzionato una svolta che va considerata rivoluzionaria. Perché ha costretto, già prima dell’esito della consultazione, una svolta che, almeno in parte, può essere considerata  rivoluzionaria.

Essa, infatti, ha costretto le istituzioni, già prima dell’esito delle urne, a prendere atto della spinta autonomista e, quindi, a promettere modifiche in aggiunta a quelle già intervenute. I tre grandi partiti (conservatore, laburista e liberale) hanno preso il solenne impegno di estendere gli spazi di autogoverno della Scozia: con ciò inducendo a votare “no” tanti elettori che, in una situazione di chiusura, avrebbero scelto il “sì”. Gli sconfitti, al 45 per cento, sono tali soltanto apparentemente, perché, tanto per fare un esempio, incassano una tassazione meno onerosa, più dividendi sulle ricchezze naturali (in particolare gli idrocarburi) e sulle attività produttive, il diritto alla codecisione in diversi settori nei quali le scelte spettavano sino a oggi soltanto alle autorità di Londra.

Possiamo anche parlare, fra l’altro, di una bella prova di democrazia, con una altissima partecipazione (quasi il 90 per cento degli oltre cinque milioni di cittadini interessati), praticamente senza brogli e violenze, e con una sfida a viso aperto fra i sostenitori delle due tesi. In un risultato importante anche per l’Europa perché non si trova confrontata con un processo di secessione che avrebbe  posto molti problemi politici, costituzionali e finanziari. Per questi ultimi si è visto come hanno reagito le borse, facendo recuperare alla sterlina, a risultato noto, il valore perduto nelle ultime settimane di fronte alla prospettiva di una vittoria del “sì”, e indirettamente consolidando l’euro (della cui “zona”, peraltro, la Gran Bretagna non fa parte).

Lo svolgimento del referendum apre però altri problemi, diciamo, a strascico. Perché in diverse parti d’Europa si agitano minoranze che, incoraggiate dall’esempio scozzese, aspirano a più ampi spazi di autonomia imbarazzando i rispettivi governi. In Spagna, ricorderemo, l’amministrazione della regione autonoma della Catalogna si accinge a votare una legge che permetta il prossimo 9 novembre la tenuta di una consultazione popolare per decidere sulla vera e propria indipendenza, secolare aspirazione dei catalani.

Ciò comporta un braccio di ferro con il governo centrale, che contesta la legittimità del ricorso alle urne ed è pronto ad andare a un confronto molto duro: nel 1934 una situazione simile portò all’arresto dell’intera classe dirigente e fu una delle concause della guerra civile. Oltre tutto la Catalogna è uno dei poli produttivi della Spagna e la sua secessione costerebbe il 15 per cento del prodotto interno lordo. Analoghe aspirazioni muovono i Paesi baschi (nelle due realtà, iberica e francese) e il popolo delle Fiandre, al quale la realtà del regno belga sta sempre più stretta.

Per queste ragioni, quindi, il voto scozzese è “storico”: perché deve indurre le classi dirigenti a riflettere sulla composita realtà dell’Europa come contenitore di nazioni e di culture. A esse vanno riconosciute (possiamo bene essere fieri di averlo fatto nel caso del Trentino-Alto Adige) specifiche caratterizzazioni, da esaltare e valorizzare all’interno di una civiltà comune, tenendo ben presenti le differenze e le tradizioni. Lo ha fatto una democrazia di lunga data come quella inglese, senza timore del confronto aperto.

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