CHIESA DEL PRIMATO di PIETRO IN GALILEA

un mondo di santuari
By Domenico Lanci
Pubblicato il 3 Marzo 2013

TABGHA È COME UNO SCRIGNO CHE CUSTODISCE LA ROCCIA SU CUI GESÙ AFFIDÒ A PIETRO LA CURA DI PASCERE IN SUO NOME IL GREGGE

Quando si nomina san Pietro l’immaginario va subito alla monumentale basilica vaticana. In questo servizio, tuttavia, non intendo parlare del tempio di Roma, ma di una modesta chiesa sulle rive del mare di Galilea, a tre chilometri ad ovest di Cafarnao. Si chiama Tabgha. Il nome, secondo gli esperti, pare che derivi dalla parola Heptapegon, che significa in greco sette fonti, dovuto alle sorgenti che esistevano allora, e che continuano ad essere attive anche oggi.
Il santuario di Tabgha è come uno scrigno che custodisce in sé la roccia su cui Gesù, dopo la risurrezione, affidò a Pietro la cura di pascere in suo nome il gregge. Ho iniziato l’articolo accostando Tabgha a san Pietro. I due edifici sono uniti tra loro da un filo rosso. Nel primo, Gesù dà il mandato a Pietro di pascere il gregge; nel secondo, il successore di Pietro continua a svolgere la missione di pastore del gregge. Qui tornano alla mente le parole che Gesù rivolse a Pietro nella regione di Cesarea di Filippo: “Simone, figlio di Giona, io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa”. Parole inequivocabili che garantiscono la stabilità della chiesa di Cristo.
Ma torniamo all’evento avvenuto sulle rive del mare di Galilea. Il vangelo dice: “Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade (mare di Tiberiade, lago di Genesaret e mare di Galilea indicano la stessa realtà, ndr). Quando già era l’alba stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: Figlioli, non avete nulla da mangiare? Gli risposero: No. Allora egli disse loro: Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Gesù disse loro: Venite a mangiare. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti”.

Quand’ebbero mangiato, lì, su uno di quei massi disseminati sulla riva del mare, in quell’ora mattutina, si svolge una scena irripetibile. “Gesù disse a Simon Pietro: Simone, figlio di Gio-vanni, mi ami più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli disse: Pasci i miei agnelli. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: Simone, figlio di Giovanni, mi ami? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli disse: pascola le mie pecore. Gli disse per la terza volta: Simone, figlio di Giovanni mi vuoi bene? Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: Mi vuoi bene, e gli disse: Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene. Gli rispose Gesù: Pasci le mie pecore”. Ovvia-mente nella mente di Pietro tornò come un incubo quel triplice rinnegamento pronunziato nell’atrio di Caifa, la notte della Passione. Nella sua ultima risposta si ravvisano la sincerità, la fragilità e il pentimento di Pietro. E Gesù, con la sua autorità, lo conferma nella missione di pastore supremo della chiesa: “Pasci le mie pecore”.

Fin dai primi tempi del cristianesimo, quel luogo è stato meta di pellegrinaggi e di visitatori. Gli archeologi so-stengono che in duemila anni di storia, molte cose sono cambiate intorno al mare di Genesaret. Ma il paesaggio che circonda la chiesa di Tabgha è rimasto quasi inalterato. Al riguardo, si conservano testimonianze antiche di grande valore storico. La pellegrina Egeria che visitò la Terrasanta nel IV secolo, scrive: “Non lontano da Cafarnao si vedono i gradini di pietra sui quali si sedette il Signore. Vicino allo stesso luogo, sette fonti da ciascuna delle quali sgorga acqua abbondante”.

A partire dal secolo IX, alcuni documenti chiamano la chiesa di Tabgha in-differentemente: Mensa, Tabula Domi-ni, Chiesa dei dodici troni o dei carboni; nomi tutti che ricordano quel pasto che Gesù consumò con gli apostoli. Nel 1102, il pellegrino Saewulfus parla di un tempio dedicato al principe degli apostoli: “Ai piedi del monte c’è la chiesa di San Pietro, molto bella ma abbandonata”. Venne distrutta nel 1263. La chiesa esistente oggi è stata costruita dai francescani nel 1933 sulle fondamenta di un santuario bizantino del V secolo. All’esterno, sul lato sud della chiesa, si possono osservare ancora i gradini di cui parla la pellegrina Egeria.

In quello stesso luogo, il 5 gennaio 1964, sostò in profondo raccoglimento il successore di Pietro, Paolo VI il quale, compreso dell’alta missione che ricopriva, volle prostrarsi e abbracciare quella pietra, in segno di comunione e continuità con il mandato che Gesù affidò all’apostolo Pietro di pascere le sue pecore.                        lancid@tiscali.it

 

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