Ciao, Europa…

Nell’ultimo Zecchino d’oro, tanti hanno apprezzato la canzone Ciao Europa. Il brano, scritto da Arcangelo Crovella e Lodovico Saccol, era interpretato da Eliza, 8 anni, di Scutari (Albania), da Dariya, 10 anni, di Varna (Bulgaria) e da Alexandros, 6 anni, di Galatsi (Grecia). La canzone colpisce per l’equilibrio e la saggezza del testo, privo di retorica e, nello stesso tempo, completo nel suo messaggio. Basta soffermarsi, ad esempio, su alcuni passaggi salienti:

“Oltre le Alpi, ancora più su, /dove nasce e tramonta il sole. / Oltre il Paese che amo di più, / c’è un mondo tutto da scoprire. / Sogno di pace e libertà, / popolo che più confini non ha / per darsi la mano e crescere insieme. / Un sogno chiamato Europa. / Ciao Europa, ciao Europa, / io viaggerò perché / voglio conoscere, voglio capire, / chi sogna come me. / Insieme studiare e costruire, / la pace che ancora non c’è. / Ciao Europa, ciao Europa, / io porterò con me / il calore, la storia / la nostra bellezza / il sorriso più bello che c’è…”

Mi piace, a questo punto, commentare alcune di queste affermazioni: “Oltre il Paese che amo di più, / c’è un mondo tutto da scoprire”. In questo verso sono espressi due concetti, non in antitesi ma in inclusione. L’identità nazionale (il Paese che amo di più) e l’identità più ampia, quella europea (c’è un mondo tutto da scoprire). Sembra cosa da nulla ma, oggi, molti affermano di non riconoscere altra patria se non quella europea, negando così la patria-nazione. Come ci sono altri i quali teorizzano che l’unica identità riconoscibile è quella dell’universale comunità umana. No! L’universalità umana è una cosa e l’identità nazionale è un’altra cosa. Questi due valori – umanità e patria – devono integrarsi, senza confondersi e senza escludersi. Come non cogliere, infatti, qualcosa di tipicamente italiano nel passaggio: “io porterò con me / il calore, la storia / la nostra bellezza / il sorriso più bello che c’è”.

Allora trovo più equilibrata la tesi di chi afferma che il concetto di patria può essere usato solo al plurale, cioè soltanto se si riconoscono tutte le altre patrie. Anche se, pure questo discorso mi sembra riduttivo. Infatti, fa tornare alla mente la famosa massima di Rousseau: “Il primo uomo che ha recintato il suo campo, affermando: ‘Questo è mio!’, ha costretto tutti gli altri a recintare il loro”. No! La patria non è un recinto, non è solo un meccanismo difensivo. È molto di più. La nazione, infatti, è la concretezza di un popolo, posta tra l’individualità del singolo e l’universalità astratta dell’umanità.

Sì, dunque, all’Europa. No, all’abolizione dei confini concettuali: la Francia è la Francia, l’Italia è l’Italia… Ciascuna con la sua storia e la sua identità inconfondibile. Il che significa che i 28 Stati che compongono l’Unione Europea sono come dieci persone, diverse nell’identità ma eguali nella dignità umana. Un continente qual è l’Europa, dunque, non può essere considerato come una super-nazione derivante dalla somma di più nazioni, ma è l’incontro di nazioni che vivono insieme perché si riconoscono nella stessa storia, cultura, destino. Il testo della canzone, in qualche modo, lo fa notare quando afferma: “popolo che più confini non ha / per darsi la mano e crescere insieme”. L’abolizione dei confini, in questo caso, non mira ad abolire le singole nazioni ma riguarda il progetto di costruire una civiltà comune, promuovendo la pace.

Giungeremo mai a questa Europa unita e distinta nelle varie identità nazionali? Forse rimarrà solo un’utopia. C’è stato, però, nel Novecento, chi ci credeva fermamente. Scriveva, ad esempio, don Luigi Sturzo che, come nell’Italia preunitaria, città e regioni erano in continua lotta fra loro, mentre, oggi sono organicamente unite, così potrà accadere che l’Europa si trasformi, per gradi, in una pluralità di parti autonome raccolte ed unificate in totalità. Luciano Verdone