QUALE FUTURO?

in attesa delle elezioni europee
By Angelo Paoluzi
Pubblicato il 1 Aprile 2019

La fioritura di sondaggi, anche abbastanza autorevoli, sull’esito delle prossime elezioni per il Parlamento europeo del 23-26 maggio riesce a dire soltanto che ci si troverà dinanzi a una situazione molto differente da quella attuale, con la legislatura in cui la Commissione è stata controllata da Popolari e Socialisti. I quali assieme non avranno più la maggioranza dei 705 deputati dell’Assemblea, per cui già si ipotizzano soluzioni di alleanze di governo che includano, per esempio i liberaldemocratici, i verdi, i macroniani. Sembra comunque evitato il rischio (ma anche qui bisogna attendere il responso delle urne) di una prevalenza degli euroscettici e dei nazionalisti, la cui avanzata si limiterebbe globalmente a pochi decimi. In ogni caso il risultato politico del voto dovrebbe essere tale da indurre le future maggioranze a porre mano a quelle riforme dell’Unione europea che il tempo ha reso necessarie. Come del resto ha ammonito in più di una occasione il presidente della Banca Centrale europea, Mario Draghi. Si tratterà in particolare di affrontare il problema del bilancio dell’Unione in termini unitari e secondo una prospettiva che garantisca gli equilibri dei Ventisette. Per “Rispondere alla percezione – ha detto fra l’altro Draghi in un discorso pubblico – che manchi equità tra i paesi e tra le classi sociali”. Per il momento ci si trova di fronte a molte incertezze. Sino a oggi, per esempio, non si è certi che gli elettori inglesi non partecipino alle consultazioni, magari mettendo in frigorifero il loro risultato sino alla vera e propria scissione,  anche se dovessero trovarsi fuori gara dopo la definitiva decisione del Brexit. Anche perché tutta la vicenda  è all’insegna dell’ambiguità e potrebbe risolversi in tanti modi diversi: un rientro, un nuovo referendum, un compromesso, una rottura definitiva.

Le formazioni politiche sono alla ricerca dei future alleanze. Fra i popolari, cui si accredita il risultato globale migliore, esiste un problema, quello ungherese: il partito di Viktor Orban, che fa parte del PPE, denuncia decise tendenze autoritarie per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia e la libertà di stampa e di opinione, e per queste ragioni da parte di alcuni se ne chiede l’espulsione. Gli ungheresi sarebbero più che volentieri accolti nel campo euroscettico e nazionalista, indebolendo i popolari e l’intero schieramento dei partiti democratici, e addirittura mettendo in difficoltà l’eventuale maggioranza chiamata a governare la Commissione. Senza contare che, specialmente nei paesi dell’est, i “sovranisti” stanno moltiplicando le loro liste (il voto è uninominale con sbarramento al 4 per cento) per ottenere il massimo dei risultati. Non è detto che dalle urne emergano tali e quali le previsioni del sondaggio (il più autorevole fra quanti ne sono stati presentati sino a oggi) elaborato a cura del Parlamento europeo, che giunge a due provvisorie conclusioni: la prima, che non ci sarebbe uno scavalco dei nazionalisti e che i democratici saranno in grado di controllare il governo dell’Unione; la seconda, che vanno in crisi le due forze politiche maggiori, popolari e socialisti, che sino a oggi hanno dominato l’Assemblea. I cristiano democratici, pur restando la formazione più importante, passerebbero da 217 a 183 deputati, gli altri calerebbero da 186 a 135. Gli emergenti sarebbero i liberali, da 68 a 85 a livello europeo, mentre in Italia la Lega passerebbe da 6 a 27 seggi (si piazzerebbe addirittura al secondo posto fra i gruppi parlamentari dopo i popolari) e i Cinque Stelle aumenterebbero da 14 a 22.

Tuttavia ogni considerazione va rimandata ai risultati acquisiti, perché bisogna considerare le due varianti principali: l’eventuale tasso di astensione e la volatilità dell’opinione pubblica. Basti pensare che nell’ultima tornata del 2014 la partecipazione è stata mediamente del 43 per cento (con un’Italia virtuosa alle urne al 62 per cento), con picchi negativi nei paesi dell’Est e nella stessa Francia (attorno a meno del 60 per cento a partire dalle consultazioni dell’inizio del secolo). La partecipazione premia in genere le formazioni moderate, come si prevede in Polonia per Piattaforma Civica, all’opposizione democratica, accreditata di un terzo dei consensi e avanti al partito di governo Pis, nella stessa Francia, dove Enmar-che di Macron è in testa nelle previsioni nonostante la rumorosa presenza del Fronte nazionale (probabile alleato della Lega domani a Strasburgo) e dei “giubbetti gialli”, e in Germania, con la minaccia dell’estrema destra. Questa tornata elettorale europea è la più incerta nella storia dell’Unione ed è destinata  senza dubbio a imprimere una svolta anche nelle vicende del mondo perché, dopo maggio, cambieranno gli equilibri interni e i rapporti a livello internazionale, dove mezzo miliardo di persone continueranno a far sentire il peso, non bisogna dimenticarlo, della prima economia planetaria.

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