Per decenni fuggire dalla campagna è stato sinonimo di futuro. Oggi, mentre l’intelligenza artificiale ridisegna le professioni d’ufficio e l’incertezza pesa sui lavori di ingresso, qualcosa si muove nella direzione opposta. Dall’Europa all’asia, la terra torna a essere considerata non soltanto come eredità familiare, ma come spazio nel quale costruire un’impresa, innovare e creare reddito.
Non è un ritorno alla zappa: l’agricoltura che attrae i giovani è digitale, multifunzionale e sempre più intrecciata a turismo, energia, trasformazione e vendita diretta. La dimensione globale emerge dai numeri della Fao. Nel mondo ci sono 1,3 miliardi di giovani tra i 15 e i 24 anni e il 44% dei giovani occupati dipende dai sistemi agroalimentari per il proprio lavoro, contro il 38% degli adulti. Nel complesso, quasi 1,3 miliardi di persone lavorano nell’agroalimentare. Coinvolgere maggiormente le nuove generazioni significa aumentare produttività, innovazione e resilienza in uno dei settori decisivi dell’economia mondiale.
In Europa il paradosso è ancora più evidente. L’agricoltore medio ha 57 anni e appena il 12% dei titolari di azienda ha meno di 40 anni. Proprio questa scarsità sta trasformando il ricambio generazionale in un’opportunità. Nel 2025 la Commissione europea ha varato una strategia per raddoppiare entro il 2040 la quota di giovani e nuovi agricoltori, chiedendo agli Stati di destinare almeno il 6% della spesa agricola al ricambio e prospettando, nella futura Pac, uno “starter pack” fino a 300 mila euro.
Il Financial Times aveva già indicato il sostegno ai giovani tra i nodi del ripensamento della politica agricola europea. E Reuters ha raccontato il caso della Spagna, dove il governo ha deciso di censire circa 17 mila terreni pubblici sottoutilizzati per facilitarne l’accesso alle nuove generazioni.
L’Italia parte da un problema demografico marcato, ma dispone di numeri che raccontano un settore più dinamico dell’immaginario tradizionale. Secondo Ismea, nel 2024 erano circa 51 mila le imprese agricole guidate da under 35. Nell’ultimo decennio l’agricoltura è stata l’unico grande settore dell’economia italiana nel quale il numero delle imprese giovanili è cresciuto: +3,2% rispetto al 2015. E le aziende giovani producono di più. Il loro valore economico medio è di 82.500 euro, contro circa 50 mila della media agricola nazionale; la produttività per ettaro raggiunge 4.500 euro, circa il doppio della media europea. Sono più grandi, più digitalizzate e più propense a investire in innovazione.
Il terreno economico, del resto, esiste. L’Istat calcola che nel 2025 agricoltura, silvicoltura e pesca abbiano generato in Italia 80,1 miliardi di euro di produzione e 46,6 miliardi di valore aggiunto, confermando il Paese al primo posto nella UE per valore aggiunto agricolo. Gli investimenti fissi sono aumentati del 4,8% in volume e, mentre il lavoro indipendente è arretrato, quello dipendente è cresciuto del 2,3%.
La campagna non è diventata improvvisamente facile: clima, margini, burocrazia, costo dei terreni e accesso al capitale restano barriere reali. Ma mentre molte professioni considerate “sicure” cambiano pelle, l’agricoltura percorre la strada inversa: da mestiere del passato a laboratorio di tecnologia, impresa e nuovi servizi. Il ritorno alla terra non è una fuga dalla modernità. Per i giovani può essere, sempre più spesso, un modo per entrarci.
