Casa Possenti è a due passi dal Duomo di Spoleto, ma per Checchino rappresenteranno un vero esodo biblico. La festa, i suoni, le campane: uno tsunami che, passando dalle orecchie, accarezza il cuore.
Quelle parole… quelle parole: “Francesco, lascia tutto, mio Figlio ti vuole tutto per sé”.
Il tono è stato dolce ed amorevole, ma forte e deciso, e ha volato alto sulle musiche della banda e delle preghiere di centinaia di spoletini usciti dalle case per assistere alla processione.
In famiglia però lo trovano diverso. Di solito “il ballerino” è chiassoso, perfino impertinente, sempre pronto a rubare la scena a fratelli e sorelle. Sarà per il caldo di agosto, forse la stanchezza o qualche delusione amorosa.
“Vedrai, tutto passerà, tutto tornerà come prima… gli amici… le serate. Tutti ti aspettano a Spoleto, perché senza di te alla festa manca sempre qualcosa”.
Invece la notte precipitò dai tetti trafelata, e gli amici attesero invano Checchino, l’animatore della festa.
Già, è la prima notte dopo quello sguardo intenso e penetrante di quella icona arrivata dall’Oriente.
Il sonno tarda ad arrivare; quelli di casa lo sentono girarsi e rigirarsi nel letto come un naufrago che cerca affannosamente una zattera in un mare tempestoso.
All’alba, il pensiero fisso di tornare al Duomo per parlare ancora alla Signora dai grandi occhi…
Una novità assoluta: la presenza di Francesco alla santa messa delle ore 7 al Duomo o in qualunque altra chiesa.
Dopo la solenne festa dell’Assunta, per tradizione, l’Icona rimane esposta per qualche giorno alla venerazione degli spoletini. La città è innamorata di quel volto orientale della Vergine e gli sguardi di tutti si posano lungamente sull’immagine sacra.
Francesco, prima che sorga il sole, corre a perdifiato verso il Duomo. Quei saliscendi, quei ciottoli sconnessi, quelle vie strette e silenziose come ombre sfuggenti lo accompagnano divertite.
Ora uno degli eredi della famiglia Possenti è lì davanti alla Madonna, in ginocchio, tutto spettinato e con le labbra a snocciolare un’Ave Maria imparata in casa e dai gesuiti.
Poi alza il capo e, timoroso, sussurra: “Quelle parole erano per me? Proprio a me? Rispondimi, Madonna, ti supplico! È troppo grande quello che mi chiedi ed io sono troppo attaccato a questo mondo, con le sue seduzioni e il suo fascino… Poi cosa andrò a dire agli amici, spesso irriverenti e dal tono canzonatorio, per tutto quello che riguarda la religione? E a tutte le ragazze che stravedono per me e sospirano sognando di vivere con me per tutta la vita?”
A santa messa conclusa, i fedeli silenziosamente escono dalla chiesa, ma Francesco rimane incollato su quel banco, immerso nella penombra, con la testa tra le mani. Nel più profondo silenzio la tenera voce di Maria gli sussurra: “Sì, Francesco, quelle parole sono rivolte a te. Non aver paura: io ti sarò vicina, sarò la tua luce, il tuo sorriso, la certezza che i tuoi passi non vacilleranno. Strada facendo riconoscerai il significato di questa speciale chiamata… Mio Figlio ha grandi progetti su di te… Vai, Francesco, corri senza voltarti indietro”.
Da quel giorno inizia la meravigliosa avventura di quel ragazzo chiamato Francesco Possenti, che diventerà san Gabriele dell’Addolorata, conosciuto e venerato in tutto il mondo.
