Ridurre la povertà

I nuovi piani di lotta e di contrasto

Occorre creare Reti istituzionali che consentano, innanzitutto, l’interazione tra il mondo sociale e sanitario e, al contempo, uno stretto raccordo con il sistema giudiziario, dell’istruzione e della formazione, delle politiche del lavoro e delle politiche abitative

Da sempre nel mondo esistono le diseguaglianze socio-economiche tra popoli, nazioni, etnie e individui. La diffusione della fame nel mondo, la carenza di assistenza igienico-sanitaria, la mortalità infantile, eccetera, dipingono una geografia della gravità planetaria della situazione che tutte le nazioni dovrebbero affrontare con molta più energia rispetto a quanto emerge dalla operatività della politica internazionale. L’aiuto maggiore dovrebbe arrivare, naturalmente, dalle cosiddette economie del benessere non fosse altro per una doverosa solidarietà umana verso chi è purtroppo meno fortunato sin dalla nascita.

A onor del vero, però, negli ultimi anni anche i Paesi maggiormente sviluppati devono fare i conti con una crescita delle disparità economiche interne che vedono un costante aumento del numero di nuovi poveri presenti tra la popolazione. Anche in Italia si assiste, di anno in anno, a tale fenomeno negativo che va in qualche modo riequilibrato. Infatti tra gli obiettivi nazionali italiani concordati a livello europeo, ci sono questi tre:

  1. Almeno il 73% della popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni dovrebbe avere un lavoro;
  2. Almeno il 60% di tutti gli adulti dovrebbe partecipare ogni anno ad attività di formazione;
  3. Rispetto al 2019, il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale dovrebbe essere ridotto di almeno 3.200.000 persone.

In tale contesto, per poter rispondere ai bisogni complessi delle persone, risulta necessario un approccio multidisciplinare da realizzarsi con il lavoro svolto da équipe, costituite da professionisti (assistente sociale, educatore professionale, psicologo e altre figure di riferimento), capaci di inquadrare i bisogni della persona e del suo nucleo familiare e intraprendere un percorso di superamento delle diverse condizioni di bisogno. Ossia, occorre sviluppare paradigmi nuovi di presa in carico attraverso la creazione di Reti istituzionali che consentano, innanzitutto, l’interazione tra il mondo sociale e sanitario e, al contempo, uno stretto raccordo con il sistema giudiziario, dell’istruzione e della formazione, delle politiche del lavoro e delle politiche abitative.

Le differenze territoriali, oggi, non si articolano più soltanto lungo la tradizionale direttrice Nord-Sud, ma si declinano anche lungo altri crinali di geografia sociale.

Una seconda frattura, ad esempio, è costituita dalla contrapposizione fra le aree centrali (o poli urbani), cioè luoghi con una maggiore densità abitativa e nei quali si concentra l’offerta di prestazioni mediche, sociosanitarie e assistenziali, scolastico-formative e di trasporti, e le aree interne, spesso prive o lontane dai servizi. In Abruzzo possiamo registrare, purtroppo, entrambe le fratture socio-economiche descritte, ma potrà essere utile alle necessità delle nostre popolazioni delle aree interne, ma anche centrali, la costituzione dei Centri servizi per il contrasto alla povertà quali presidi sociali e sanitari, di accompagnamento per persone in condizione di deprivazione materiale, di marginalità, anche estrema, volti a facilitare l’accesso alla intera rete dei servizi, l’orientamento e la presa in carico, offrendo, altresì, alcune prestazioni essenziali a bassa soglia (ad esempio: servizi di ristorazione, distribuzione di beni di prima necessità, servizi per l’igiene personale, biblioteca, accoglienza notturna, screening e prima assistenza sanitaria, mediazione culturale, counseling e orientamento al lavoro, consulenza amministrativa e legale per l’accesso alle prestazioni riconosciute, servizi di mediazione linguistico-culturale, corsi di lingua italiana e alfabetizzazione informatica).

Accanto a ciò, e allo scopo di favorire percorsi di benessere e integrazione sociale, sarà possibile porre maggiormente l’accento sul riconoscimento della dimora come diritto umano di base. Infatti, saranno favoriti progetti di Housing First (la casa prima di tutto), rivolti a persone gravemente svantaggiate ovvero persone anche legate ad anni di vita in strada, per le quali la casa rappresenta un vero e inderogabile diritto primario.

L'ECO di San Gabriele
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