Quando il linguaggio supera il limite

C’è un filo che lega due episodi apparentemente diversi e geograficamente vicini: le parole di un assessore del Comune di Pescina (il paese che ha dato i natali a Ignazio Silone e al cardinale Mazzarino), che su Facebook ha inneggiato all’uso della mitragliatrice contro i manifestanti violenti, e la bravata di cinque studenti del Liceo Classico Giambattista Vico di Sulmona che, per scommessa, hanno portato in classe oggetti che evocano il nazismo.

Si tratta davvero di una bravata, come potrebbe intendersi la vicenda dei cinque studenti del liceo di Sulmona, o di un populismo d’accatto tipico di una crassa ignoranza istituzionale, come potrebbe interpretarsi l’esternazione social dell’assessore di Pescina? Oppure c’è qualcosa che sfugge a una lettura frettolosa di avvenimenti di cronaca che ogni giorno ci propongono fatti che, per la loro ripetuta “originalità”, rendono noi lettori assuefatti, incapaci di coglierne le connessioni sociali e umane?

A parere di chi scrive, c’è un filo sottile ma resistente: si chiama normalizzazione del linguaggio estremo.

Non è la stessa cosa, certo. Non è la stessa responsabilità. Un conto è l’incoscienza adolescenziale – che va corretta, educata, ricondotta dentro un percorso formativo – altro è la parola di un amministratore pubblico, che pesa perché rappresenta un’istituzione. Ma entrambi gli episodi raccontano qualcosa di più profondo: la perdita del senso del limite.

Quando un assessore evoca mitragliatrici con nastri di proiettili contro manifestanti, anche se qualificati come violenti, non sta semplicemente esprimendo indignazione. Sta spostando l’asse del discorso pubblico dalla legalità alla punizione sommaria, dalla proporzionalità alla forza assoluta. Non è una metafora neutra: è un’immagine di guerra annientante.

Quando degli studenti trasformano i simboli del nazismo in oggetto di scommessa, non stanno facendo revisionismo politico consapevole. Stanno però trattando come gadget ciò che la storia ci ha restituito come tragedia. Come crimine contro l’umanità. Il nazismo non è stato un gioco. È stato sterminio industriale, soppressione delle libertà, annullamento dell’umano.

Non si tratta, dunque, di una semplice banalizzazione della violenza. Non si tratta di un rimando a una “ideologia politica”, ma di un linguaggio che supera la misura, il contenimento lessicale, la continenza linguistica che dovrebbe essere la grammatica di riferimento di personaggi pubblici che rappresentano le istituzioni democratiche.

C’è un altro aspetto, tutt’altro che secondario, che dovrebbe preoccupare gli insegnanti di quei ragazzi (e non solo) e gli elettori di quell’assessore: per gli insegnanti, la scarsa capacità di trasmettere la memoria storica; per gli elettori, la perdita della stessa. Se la violenza simbolica diventa clima – o, se preferite, spirito del tempo – sono guai grossi. Qualcuno, prima o poi, potrebbe tradurre quel clima in realtà.

L'ECO di San Gabriele
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