La fede nella prova

Quante volte ci sembra di non comprendere la volontà di Dio. Quando qualche problema, malattia o addirittura un lutto entra prepotentemente nella nostra vita, capita di domandarsi perché Dio lo permetta, di non comprenderlo e di fare fatica a sentire il suo amore per noi.

Gabriele dell’Addolorata, ancora in tenera età, ha perduto la mamma; da fanciullo ha patito la perdita di alcuni fratelli (in particolare dell’amata sorella maggiore, Maria Luisa); da giovanissimo ha rischiato di morire per le malattie che gli avevano colpito la gola; e da giovane religioso è morto di tubercolosi alla vigilia del ventiquattresimo compleanno.

Eppure, proprio quando il suo destino era ormai segnato ed era noto che la malattia stava per strapparlo all’affetto dei suoi cari e della sua comunità, scrive al papà Sante una frase dalla potenza disarmante: “Così vuole Iddio, così anch’io voglio”.

A quasi ventiquattro anni di età, e con meno di sei anni di vita religiosa, questo giovane che abbiamo imparato a conoscere come giocoso, amante della vita e della compagnia, devoto e innamorato di Maria Santissima che si era scelta come seconda madre era riuscito in qualcosa che ai più sembra impossibile: dire un sì totale e definitivo a Dio, accettandone la volontà e facendola propria.

Così san Gabriele diventa ispirazione per tante persone che hanno guardato a lui come a un modello di santità e ne hanno seguito le orme fino al cielo.

Penso a santa Gemma Galgani (1878-1903) che, non essendo stata ammessa tra le claustrali passioniste, riceve in sogno dal giovane religioso il segno della professione religiosa e parlerà di lui chiamandolo “fratello mio”.

Penso alla beata Cecilia Eusepi (terziaria servita) che conosce il santo passionista da una biografia del padre Germano Ruoppolo. Ad impressionarla, oltre al fatto che il giovane era stato vicino al terziariato dei Servi di Maria, è la devozione all’Addolorata. La beata entrò tra le Suore Mantellate Serve di Maria (1923), salvo uscirne qualche anno dopo (1926) a causa della tubercolosi. La malattia che aveva condotto Gabriele alla morte le aveva precluso le porte del monastero, non la via alla vita di perfezione che visse come terziaria dei Servi di Maria.

Penso a san Carlo Acutis, giovane contemporaneo (canonizzato nel settembre dello scorso anno), che ci ha raccontato mamma Antonia era devoto anche di san Gabriele. Insomma, in tanti, dal 1920 (l’anno della canonizzazione) a oggi, hanno guardato a san Gabriele con fiducia e hanno trovato in lui un punto di riferimento e un’ispirazione. Perché la semplicità e il sorriso di san Gabriele lo hanno fatto diventare amico di tutti e modello specialmente per i giovani. Come disse la mamma di san Carlo Acutis, quando nel 2020 venne a visitare il nostro giovane santo: “San Gabriele ha una grande scuola di direzione. Lo possiamo prendere come direttore spirituale in cielo”.

(L’intervista alla signora Antonia, madre di san Carlo Acutis, è stata pubblicata nel numero di dicembre 2020, a pagina 7, de L’Eco di San Gabriele)

L'ECO di San Gabriele
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