Essere o apparire?

Gesù denuncia l’ipocrisia religiosa e richiama all’essenziale: giustizia, misericordia, verità interiore. Accoglie i peccatori perché, riconoscendo la propria fragilità, possono aprirsi alla misericordia e ricominciare.

Parole “dure” di Gesù?

Verso la fine del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 23, ascoltiamo parole apparentemente “dure” di Gesù, che in realtà rivelano la purezza del suo cuore e la sua profonda autorevolezza. Anzitutto egli pronuncia una requisitoria profetica contro gli uomini religiosi (vv. 1-12), cui fa seguire i famosi sette “Guai!” (vv. 13-36). “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei”: Gesù comincia prendendo di mira quanti, nell’istituzione religiosa, si comportano – allora come oggi – quali “letteralisti” (scribi) e duri “rigoristi” (farisei). Non a caso san Girolamo, commentando questa pagina evangelica, scriverà: “Guai a noi, che abbiamo ereditato i vizi di scribi e farisei!”. O abbiamo forse dimenticato le parole analoghe che papa Francesco, ispirato da queste affermazioni di Gesù, ha rivolto a ogni credente cristiano, in particolare a quanti nella Chiesa rivestono ruoli di potere? “Dicono e non fanno”. È l’esatto contrario dello stile di Gesù: egli era affidabile, credibile, perché diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Da questa integrità nasceva la sua affascinante autorevolezza, ben diversa da quella dei professionisti della religione (cf. Mt 7,28-29).

Un esame di coscienza

“Legano infatti fardelli pesanti e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Questa immagine ci spinge a un sincero e lucido esame di coscienza, per evitare la doppiezza e l’ipocrisia di chi chiede agli altri ciò che mai si sogna di mettere in pratica in prima persona. A tale realtà si contrappone la prassi di Gesù, volto visibile del Padre invisibile: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Senza soluzione di continuità, Gesù mette in luce il movente profondo dell’agire ipocrita: “Agiscono per essere ammirati dalla gente”. È la comica patologia del voler apparire belli agli occhi altrui, a prescindere dalla propria reale condizione interiore, senza rendersi conto che così si assomiglia a “sepolcri imbiancati, belli all’esterno, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume”.

I “guai”, in vista della conversione

Seguono i veri e propri “guai” pronunciati da Gesù: sette volte, numero che biblicamente indica una pienezza. I “guai” non sono maledizioni, bensì avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione; invettive e, insieme, lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari ritornino a Dio. Il profeta Gesù si serve di questa forma molto attestata nelle Scritture (cf. Is 1,4; 5,8-24; Ger 22,13 eccetera) per risvegliare i suoi interlocutori e, nel contempo, per risvegliare anche noi. “Il guai è denunzia del peccato, minaccia del giudizio, che può essere ancora evitato con la conversione; quando poi essa è rifiutata, diviene annunzio profetico della catastrofe ormai ineluttabile, ma senza alcun senso di vendicativo compiacimento” (Vittorio Fusco). È sufficiente ascoltare il primo della serie dei sette “guai” per capire l’intenzione di Gesù: “Guai a voi che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”. Servono forse commenti? Direbbe altrove lo stesso Gesù: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19,12).

La denuncia dell’ipocrisia

Più in generale, il vero bersaglio di Gesù in questo discorso è l’ipocrisia, il comportamento di chi “fa tutte le sue opere per essere ammirato dalla gente”. L’ipocrita privilegia l’apparire sull’essere, a costo di recitare una parte davanti agli altri. L’ipocrisia è la non sincerità eretta a comportamento sistematico, al fine di ricevere l’applauso altrui: così si perde il contatto con la propria verità, fino a credere di essere come si appare, compiendo sforzi inverosimili per costruire il proprio personaggio. Gesù individua due manifestazioni tragicomiche dell’ipocrisia: l’abitudine a “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”, cioè concentrarsi sui piccoli scrupoli religiosi tralasciando l’essenziale della Torah e del Vangelo: la giustizia, la misericordia e la fedeltà; – il privilegiare l’esteriorità sull’interiorità, come chi pulisce l’esterno del bicchiere e del piatto trascurando l’interno. Il commento migliore sono le sue stesse parole: “Non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma ciò che esce dall’uomo!” (cf. Mt 15,11). Gesù, che ha sempre cercato la sua “ricompensa” nel segreto del rapporto con il Padre (cf. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel condannare l’ipocrisia, che desta tristezza perché contiene già in sé le sue conseguenze. Non a caso, nel discorso della montagna aveva detto che gli ipocriti che desiderano gloria per sé “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16).

Gesù, amico di pubblicani e peccatori

Ispirati da queste parole, possiamo chiederci: perché Gesù amava la compagnia dei peccatori pubblici, preferendola a quella dei pretesi impeccabili, dei “giusti incalliti”, al punto da essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19)? Perché sapeva che ogni essere umano è peccatore, ma chi lo è in modo pubblicamente riconosciuto non può nascondersi e, spinto dalla vergogna, non ha più nulla da perdere: può ricominciare, disponendosi a invertire la rotta, accogliendo il perdono misericordioso di Dio e cambiando comportamento. Ciò comporta la lotta quotidiana contro l’abbaglio di voler apparire piuttosto che essere; richiede la sana autoironia di chi si sa fallibile; esige l’onestà con sé stessi, che dovrebbe farci arrossire non dei peccati, ma delle maschere che inventiamo per nasconderli. Proprio come scriveva Isacco di Ninive, grande santo del VII secolo: “Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che risuscita i morti”. Ecco il Vangelo nel suo luminoso splendore: la strada privilegiata per conoscere Dio è essere consapevoli della propria qualità di peccatori. Il peccato riconosciuto con franchezza diventa occasione per fare esperienza del Padre e aprirsi alla sua misericordia preveniente. Non è mai tardi per aprire le finestre e lasciar entrare il fresco profumo di questa buona notizia.

L'ECO di San Gabriele
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