Dal pane alla droga

Il baratto è stato un mezzo di scambio fondamentale per economie devastate da anni di guerra e distruzioni. Fagioli in cambio di latte, olio per la pasta, patate per la farina. Nella Germania del dopoguerra, tra il 1945 e la riforma monetaria del 1948, il marco era carta straccia: si comprava e si vendeva con sigarette americane, cioccolata, calze di nylon. In Italia, nei mesi successivi alla Liberazione, dalle campagne del Sud alle periferie del Nord rase al suolo dai bombardamenti, il mercato nero funzionava quasi interamente sul baratto. Chi aveva farina era ricco. Chi possedeva medicine era ricchissimo. Era, in sostanza, una questione di sopravvivenza: si barattava per vivere.

Oggi, invece, si baratta per drogarsi, almeno a giudicare da una notizia che arriva dalle cronache di Chieti. Uno spacciatore è finito sotto accusa perché accettava, in cambio delle dosi, buoni pasto e perfino elettrodomestici. Una sorta di reintroduzione del baratto nell’economia informale e digitale, con una creatività che farebbe quasi sorridere gli economisti. Tutto avveniva tramite messaggi telefonici, sulle stesse piattaforme che usiamo per scambiarci auguri e opinioni su ogni cosa. Lui, invece, le utilizzava – per così dire – in modo “produttivo”.

Colpiscono gli scambi tra fornitore e consumatore: “Non posso pagarti, non ho soldi, ma mi sono rimasti tre buoni pasto”. Nessuna esitazione dall’altra parte: “Vanno bene anche i buoni pasto”. Del resto, anche quello dei buoni pasto è, in fondo, un baratto: carta in cambio di generi alimentari. E allora perché non accettarli per qualche dose? Si scambia ciò che si ha con ciò che “serve”.

Chi se lo aspettava? Il ritorno del baratto nell’epoca della prosperità, almeno apparente. Sembrava relegato ai mercatini dell’usato, e invece è proprio l’usato – o il quasi nuovo – a dominare anche nelle piattaforme digitali. Non solo buoni pasto: si va oltre, fino agli elettrodomestici. Ecco uno scambio emblematico: “Ho un’aspirapolvere Folletto portatile, mai usata. Ti va bene?” “Se c’è anche la batteria, la prendo”.

Ciò che colpisce nella vicenda di Chieti non è tanto la logica dello scambio, quanto la natura degli oggetti: un buono pasto, un piccolo elettrodomestico quasi nuovo. Oggetti della vita ordinaria, magari ricevuti a Natale. Oggetti che raccontano una marginalità non estrema, una povertà di ritorno: quella dei lavoratori poveri, dei precari, di chi arriva a fine mese con poco o nulla e trova nel baratto l’unica via percorribile.

Resta, infine, una domanda non banale: un tempo il baratto serviva per vivere, oggi serve per drogarsi. Ne vale la pena?