Checchino vuol vederci chiaro

La storia tenera di un giovane sensibile che, tra affetti familiari profondi e piccole gioie quotidiane, cerca in silenzio la strada che lo farà sentire finalmente in pace. L’incontro decisivo con padre Bompiani

Checchino sta vivendo un conflitto interiore che non gli dà pace. Non sa quale sia la scelta migliore. Tuttavia, non si estranea dalla vita sociale: continua a frequentare i salotti, le serate con gli amici, va ai balli e a teatro. Ma non lascia trasparire all’esterno ciò che porta nel cuore. Chi lo osserva scorge in lui soltanto un ragazzo allegro e garbato. In seguito riferiremo alcuni episodi che gettano luce sul suo mondo interiore.

Aveva molti fratelli e sorelle, che amava tutti. Se si accorgeva che qualcuno veniva offeso o maltrattato, interveniva subito per difenderlo, anche con parole forti. Tuttavia, come accade in tutte le famiglie, anche nella sua esistevano tra alcuni membri maggiore intesa e affinità. Checchino, per esempio, aveva una particolare predilezione per la sorella Maria Luisa. E c’era un motivo. Quando nel 1842 venne a mancare la madre Agnese, lei era la più grande delle figlie: aveva tredici anni, mentre Checchino appena quattro. Di conseguenza, il compito di accudire i più piccoli gravò sulle sue spalle. La vivacità del fratellino la impegnò non poco, ma venne ripagata: il bambino non era solo vispo e istintivo, ma anche intelligente, amabile e affettuoso. Presto tra loro si strinse un bel rapporto di fraterna complicità. Insomma, Maria Luisa era per Checchino un po’ mamma e un po’ amica, depositaria dei suoi segreti.

Nel periodo di Carnevale del 1856, la città di Spoleto, sempre all’avanguardia culturale, ospitò con enorme successo al Teatro Nobile il dramma giocoso Don Bucefalo del celebre compositore Antonio Cagnoni. Si definisce “dramma giocoso” perché unisce in modo finemente artistico elementi della commedia e del divertimento: un mix tra opera seria e opera buffa, con l’intento di offrire al pubblico storie in cui momenti comici si alternano a riflessioni morali e colpi di scena a lieto fine. In tutta la città l’opera suscitò grande scalpore. Se ne parlava ovunque. Anche gli esperti rimasero stupefatti dalla sua esecuzione.

La famiglia Possenti non poteva rimanere indifferente di fronte a un tale evento. Maria Luisa decise di assistere allo spettacolo insieme alla sua amica Maria Pennacchietti e ad alcune conoscenti. È sempre piacevole trascorrere una serata al Teatro Nobile. E Checchino? Per lui l’invito arrivò dalla sorella, che lo incaricò di recarsi in anticipo per prenotare i posti. Quando seppe che nel gruppetto c’era anche Maria Pennacchietti, il suo cuore scoppiò di gioia. Non c’è da stupirsi: era un giovane pieno di vita.

A tal proposito scrive il biografo Gabriele Cingolani: “Lei è una dilezione, lui è piacevole e gentile, si incontrano. Il cuore non è un mattone”. Durante lo spettacolo, il biografo riporta una testimonianza diretta: “Checchino si mostrò cortese e piacevole con quella signorina”. Poi aggiunge un dettaglio: “Quella volta, e probabilmente in altre, si scambiarono i romanzi che stavano leggendo”.

Ma il giovane Possenti, pur amando gli spettacoli, le compagnie allegre e, perché no, anche la stima e gli apprezzamenti che molte ragazze gli rivolgevano, non si sentiva appagato. Una voce interiore e persistente non lo abbandonava mai. Spesso si ritirava in qualche chiesa a pregare e riflettere da solo. Aveva grande devozione alla Madonna, alla quale chiedeva accoratamente aiuto per risolvere il problema che lo tormentava.

Era il luglio del 1856. Finalmente maturò l’idea di confidarsi con un bravo maestro di spirito. Una domenica di quel mese, nelle prime ore del pomeriggio, si recò al Collegio dei Gesuiti. Chiese di parlare con il suo professore di filosofia, padre Carlo Bompiani, di cui aveva stima e fiducia. Riportiamo il racconto nelle parole del sacerdote:

“Mi chiamò dicendomi di voler comunicarmi qualche cosa in particolare. Io, per dargli piena libertà, lo condussi nella mia scuola. Studiava allora filosofia. Ivi mi confidò in sostanza che intendeva farsi passionista. Mi sorprese non poco il suo ideale, mi recò meraviglia. Sapevo che Francesco (ossia Checchino) era un giovane delicato, brillante, socievole, cioè un po’ di bel tempo (però secondo tutte le leggi dell’onestà), per cui valutai attentamente la proposta. Parlammo a lungo. Alla fine vidi che non era frutto di capriccio né uno slancio di fervore fantastico. Non ignorava le difficoltà che quello stato di vita gli avrebbe opposto. Allora conclusi approvando il suo desiderio e me ne rallegrai. Tuttavia gli suggerii di parlarne col padre, la cui approvazione era necessaria. Egli, dopo il lungo colloquio, se ne andò contento. Superò le difficoltà sia del padre sia di altre persone autorevoli. Ma l’ultimo colpo di grazia la SS.ma Vergine lo riserbò a sé stessa”.

L'ECO di San Gabriele
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