Checchino ormai tira dritto

Giovane dall’animo rigoroso, attraversa una profonda crisi spirituale che lo conduce a maturare la vocazione religiosa nonostante le resistenze familiari. La guida di padre Tedeschini, attraverso una lettera intensa e formativa, diventa per lui un vero vademecum di vita

Anche se esternamente Checchino appariva piuttosto leggero e vanitoso, interiormente era tutt’altro: coscienzioso e perfino rigoroso. Il colloquio avuto con padre Bompiani sulla “misteriosa inquietudine” che avvertiva dentro di sé permise al saggio sacerdote di ravvisare nel giovane Possenti una vera vocazione. Quindi gli suggerì di parlarne col babbo. Conoscendo Checchino il progetto che il suo genitore aveva su di lui, presagì subito le difficoltà cui andava incontro. Ma non si tirò indietro. Anzi, superò con determinazione e senza tentennamenti ogni ostacolo.

Sappiamo quanto fosse grande il legame affettivo che nutriva per la sorella Maria Luisa. Era quella con cui parlava di più, perché sapeva ascoltarlo e consigliarlo. Lui non le nascondeva nulla. Siamo nel mese di giugno 1855, festa del Corpus Domini. Dopo la messa delle 11.00, si snoda per le vie di Spoleto la solenne processione. Anche Checchino partecipa al corteo: va davanti a tutti portando la croce astile. L’atmosfera era densa di gioia, di canti e di preghiere. Ma a un certo punto qualcuno si accostò a lui e gli sussurrò all’orecchio: “Checchino, vai a casa. È morta tua sorella Maria Luisa”. Quella notizia lo rattristò profondamente. Corse a casa e, vedendo l’amata sorella morta sul letto, scoppiò in un pianto dirotto.

In quei giorni Sante notò nel comportamento del figlio qualcosa di strano. Lo chiamò nel suo studio. Checchino andò e gli si inginocchiò davanti. Poi, senza giri di parole, “gli comunicò chiaramente la risoluzione presa di farsi religioso”. Sante gli disse: “Proprio tu, così amante dei divertimenti, dei balli e dei salotti, pensi a una vita di rinunce e di penitenze?”. “Checchino, con voce commossa ma ferma – scrive il biografo Battistelli – insistette pregando il padre di dargli il consenso e la benedizione”. Il babbo rimase confuso, ma si riprese ricorrendo a uno escamotage: “Propose al figlio un anno di prova, prima di venire a una decisione definitiva”.

Durante l’anno di prova Checchino si raccoglie spesso in preghiera. Sul tema della vocazione ne parla anche con altri esperti dello spirito.

Nel collegio dei gesuiti c’era un religioso verso cui nutriva confidenza, forse perché era ancora giovane, in attesa di essere ordinato sacerdote, ed era anche suo professore: padre Pietro Tedeschini. A lui si rivolse con una lettera in cui espose i suoi problemi spirituali. Tedeschini gli rispose il 17 maggio 1855: una missiva in cui mise in evidenza il suo carisma di ottimo conoscitore dei problemi giovanili. Aveva uno stile familiare, efficace e rispettoso.

Tra le risposte che dà al figlio del Governatore scelgo alcuni passaggi interessanti. Checchino chiede “un consiglio riguardo alla vocazione che ormai si presentava come il gravissimo problema che doveva risolversi secondo la volontà di Dio”. Ecco la risposta: “Vi auguro che possiate avere la Pace di Gesù Cristo, che vi faccia scoprire la vanità dei beni di questo mondo e la volontà di Dio che cercate. Ma questa pace non la sentirete in mezzo alle dissipazioni e alle allegrie di questo mondo, ma in una vita ritirata, raccolta e devota”.

Poi, conoscendo bene il modo di vivere di Checchino, passa a “enumerare i difetti che gli possono impedire di godere la pace di Cristo”: Non la sentirete in mezzo allo sfogo delle passioncelle, della superbiola, dell’invidietta, della stizza, eccetera, ma nell’umiltà, nella pazienza, nell’obbedienza e nella docilità pronta e allegra.

Conclude la lettera ricordando al giovane Possenti le realtà più importanti della vita: “Mio caro Francesco, coraggio! Sempre nella mente il pensiero di Gesù, di Maria e di un’eternità interminabile. Questi pensieri non siano infruttuosi, ma vi stimolino fortemente a domare le vostre passioncelle e a patire volentieri il dolore che necessariamente si deve provare in questa lotta, finché non si è riuscito, col tempo e con la grazia di Dio, a domarle del tutto. Vi facciano avere un odio immenso per il peccato. Vi facciano sprezzare tutte le vanità nel vestire e nel conversare, e calpestare tutti i rispetti umani. Vi facciano correre con gran fame e affetto ogni giorno alla meditazione delle verità eterne e spesso ai SS. Sacramenti. Vi facciano odiare il mondo, le sue massime, i suoi desideri e tutto ciò che sa di mondo. Mi avete chiesto un ricordo. Di tanti premi che avete avuto da me scegliete quello che vi è più caro. E se anche voleste un ricordo materiale, l’avete in questa lettera. Vi sarà un ricordo vivo se la rileggerete di quando in quando”. E conclude con un augurio che si realizzerà in pieno: “Fatevi santo. Addio!”.

Questa lettera, per Checchino, ebbe il valore di un prezioso vademecum. In più spiega l’insistente richiesta, nell’Epistolario, di voler sapere l’indirizzo del Tedeschini: richiesta ripetuta in sei lettere.

L'ECO di San Gabriele
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