La gioia del donare

Una ricerca sulla generosità degli italiani. Quando donare è un investimento che arricchisce sé stessi. La consapevolezza che la propria felicità è legata a quella degli altri

L’Istituto Italiano della Donazione ha presentato il 1° ottobre la nona edizione del rapporto “Noi doniamo 2026: la nuova geografia del dono in Italia”, una ricerca che fotografa la propensione alla generosità degli italiani e l’evoluzione delle forme attraverso cui il dono si esprime.

La novità di questa edizione consiste nel considerare insieme, per la prima volta, le tre principali dimensioni del dono: il denaro, attraverso le donazioni al Terzo Settore e agli enti non profit; il tempo, attraverso il volontariato e l’impegno civico gratuito; e il dono biologico, cioè la donazione di sangue e organi. Donare, infatti, significa mettere a disposizione degli altri tempo, competenze e risorse personali.

Dalla ricerca emerge una vera “evoluzione del dono”: una solidarietà sempre più orientata alla comunità e al bene comune. Dal gesto occasionale si passa alla partecipazione continuativa, dalla beneficenza alla cittadinanza attiva, dall’attenzione al singolo a quella per le comunità e i beni comuni. In questo percorso entra a pieno titolo anche l’impegno per l’ambiente.

Sono oltre 5 milioni gli italiani (9%) che fanno volontariato, mentre i donatori di denaro sono più di 6 milioni (11,6%). I donatori biologici attivi sono oltre un milione e mezzo.

Il rapporto registra una leggera crescita della generosità nel 2026 rispetto al 2025. Sono in aumento sia le donazioni in denaro alle associazioni di volontariato, sia la quota di italiani che svolgono attività di volontariato. Le donazioni di organi per trapianto hanno raggiunto il record storico di 4.687 casi. Inoltre, 1,6 milioni di donatori hanno garantito circa 3 milioni di sacche di sangue e 920 mila chilogrammi di plasma.

Ma perché si fa volontariato? Le motivazioni più frequenti per il volontariato organizzato sono la condivisione degli ideali del gruppo e il desiderio di contribuire al bene comune; seguono le convinzioni religiose o spirituali e ragioni personali, come il desiderio di stare con gli altri e di costruire legami autentici.

E cosa restituisce il volontariato a chi lo pratica? Il 26,1% dichiara che migliora il proprio benessere individuale; il 20,4% segnala un ampliamento delle relazioni sociali; l’11,5% rileva un cambiamento del proprio punto di vista e il 10% lo sviluppo di una maggiore coscienza civile.

Ne emerge un dato importante: si può lavorare per il bene comune e, nello stesso tempo, trovare nel volontariato relazioni, significato, identità e crescita personale. Si partecipa per contribuire alla comunità, ma la partecipazione arricchisce anche chi vi prende parte. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35), diceva Gesù.

Il volontariato è dunque una forma di investimento reciproco: produce valore sociale e, nello stesso tempo, genera relazioni, competenze, consapevolezza e senso di appartenenza.

Aiutare il prossimo non è solo altruismo: può essere anche un modo intelligente e gratificante per stare bene con sé stessi. Un “egoismo intelligente”, che trasforma l’egoismo negativo nella consapevolezza che la propria felicità è legata a quella degli altri e della comunità. È, in fondo, una delle grandi lezioni del Vangelo, che afferma come non si sia felici contro gli altri, ma insieme agli altri.

L'ECO di San Gabriele
Panoramica privacy

Questo sito utilizza cookies per migliorare l'esperienza di navigazione.

I cookies sono piccoli files di testo salvati nel tuo browser per facilitare alcune operazioni. Grazie ai cookies, se torni a visitare il sito potrai essere riconosciuto non dovendo dare nuovamente il consenso al trattamento dei dati personali e saranno ricordale le preferenze già espresse.

Per gli sviluppatori, i cookies indicano le pagine più apprezzate dai visitatori al fine di un ulteriore sviluppo del sito.