Il risentimento. Possiamo definirlo un cancro che ci sottrae una parte preziosa di energie psichiche. Oppure uno tsunami che altera la percezione che abbiamo dell’altro. Ecco che, all’improvviso, vediamo nel prossimo solo il negativo. E c’è un paradosso sul quale riflettiamo poco. Più ci siamo amati, più ci sentiamo offesi. Si tratta di un disordine interiore che non riusciamo a padroneggiare e che torna a ondate sempre più forti, generando in noi e negli altri momenti di intensa sofferenza.
È dunque nel nostro interesse superare il risentimento, sia per la nostra serenità personale, sia per ripristinare con gli altri una relazione armonica. Teniamo presente una cosa: il perdono è un’energia creatrice capace di riportare la serenità nella nostra mente, inducendo gli altri a fare la stessa cosa. Ecco alcune strategie che ci aiutano a combattere il risentimento.
Primo, dobbiamo comprendere che il risentimento nasce spesso da una valutazione alterata dei fatti e delle persone. Ne deriva che, modificando la valutazione, possiamo “guarire” l’emozione. È ciò che i neuroscienziati chiamano “rivalutazione cognitiva”. In realtà, fatti, valutazioni, emozioni e comportamenti formano una catena di quattro anelli consequenziali. Ad esempio, se attribuisco troppo valore al giudizio altrui, di fronte a uno che non mi saluta (fatto) arriverò alla conclusione di valere poco (valutazione) e maturerò, di conseguenza, uno stato psichico basato sulla scarsa autostima (emozione). Quindi agirò da uomo depresso (comportamento).
Sant’Agostino riteneva che noi possiamo modificare le persone che ci stanno dinanzi guardandole in modo positivo. “Quando guardi il tuo nemico – egli sosteneva – non considerare in lui ciò che è, ma ciò che desideri che divenga”. E portava l’esempio del falegname che, osservando il legno appena tagliato nel bosco, non vede dei pezzi informi, ma ciò che potrebbero essere.
Secondo, trovare il coraggio di affrontare l’altro per una chiarificazione pacata e razionale. Quando la relazione subisce una frattura emotiva grave, conviene prendere il coraggio a due mani, incontrare l’altro in un momento adeguato – cioè quando comprendiamo di poter controllare la collera – e intavolare pacatamente con lui un discorso chiarificatore basato essenzialmente su questi concetti: “Sono rimasto offeso dal tuo comportamento… Quando ti comporti così, ci rimango male… Per il futuro, se vuoi continuare a essere mio amico, non devi varcare questa linea rossa…”. Chi riesce a instaurare tale dialogo riconduce una situazione problematica nei confini della razionalità.
Terzo, accettare di fare il salto eroico. Vi può essere, infatti, il caso in cui dobbiamo concludere che il comportamento dell’altro non può essere valutato positivamente. In questa ipotesi, per la nostra serenità, conviene comunque pervenire alla determinazione coraggiosa del perdono. Termine che, dal latino per-donum, “grande dono”, implica la capacità di andare oltre l’aspetto negativo di un comportamento, bilanciando i difetti di una persona con le sue qualità positive. Giova, inoltre, paragonare i nostri difetti con quelli dell’altro, probabilmente diversi dai suoi ma non meno negativi. Quante volte, del resto, siamo costretti ad ammettere che, se gli altri si comportassero come noi, avremmo girato loro le spalle da molto tempo.
Infine, per l’uomo di fede, vi sarebbe anche un’altra virtù: quella di presentare umilmente al Padre la nostra incapacità a perdonare, chiedendo il suo aiuto.
