Un mattino di gioia

di P.G. Wodehouse, traduzione di Beatrice Masini, Sellerio
pp. 400, euro 16,00

In un fosco pomeriggio del maggio 1903, quando era già uno scrittore celeberrimo, Arthur Conan Doyle si trovò davanti un poco più che ventenne P. G. Wodehouse, vestito di bianco come un cavolfiore e armato di una dimessa mazza da cricket, pronto a giocare una partita con uno dei suoi idoli. Se difficilmente sarebbe potuto essere l’incipit di un romanzo di Sherlock Holmes, ben si sarebbe prestato a una delle storie sgangherate di Bertie Wooster e del fido valletto Jeeves. Le frivole preoccupazioni dell’aristocrazia britannica tornano in Un mattino di gioia con la consueta carica umoristica di Wodehouse: questa volta si intrecciano alle insidie di un soggiorno nel garbato villaggio della zia Agatha, alle gelosie di agenti innamorati e alle irrequietezze di giovani boy scout imbranati. Tutti gli ingredienti si incastrano e ruotano alla perfezione, come gli indizi in un romanzo di Doyle. E forse la distanza tra i due Sir non è maggiore di qualche campo da cricket: per risolvere un crimine senza alzarsi dalla poltrona, così come per far ridere di gusto, occorre conoscere bene quella chimera imperscrutabile che è l’animo umano.

L'ECO di San Gabriele
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