Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello (1Gv 4,20-21). La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi, per amore di Dio (CCC 1812).
La tradizione cristiana ha sempre collegato strettamente l’amore per Dio e quello per il prossimo. Tuttavia, non è facile comprendere il rapporto tra questi due atti fondamentali dell’amore. La nota espressione del linguaggio quotidiano “ti voglio bene” esprime qualcosa di profondo: auspica per l’altro ciò che lo rende felice, lo promuove, cioè ciò che rende la sua vita davvero piena. San Tommaso d’Aquino presenta la virtù teologale dell’amore come un bene supremo, sostenendo che ciò che, nell’amore per il prossimo, dobbiamo augurare all’altro, è proprio che anche lui sia in Dio (cf. La Somma Teologica, III, 25).
Nell’enciclica Deus Caritas est, al paragrafo 7, Benedetto XVI domanda se la comune esperienza dell’amore umano, il messaggio biblico e la Tradizione della Chiesa siano simili o opposti. Il Papa afferma che la fede cristiana non parla di un mondo contrapposto all’esperienza umana, che è l’amore. Il messaggio cristiano accetta il nostro innato desiderio d’amore e indica una strada per purificarlo, affinché l’amore sia vero, appagante e superi la prova del tempo. Emerge spontanea la domanda: in che modo la fede cristiana rende possibile tutto questo? Nella figura di Gesù Cristo abbiamo conosciuto l’amore divino, poiché Dio ci ha salvati e ci ha promesso una piena ed eterna comunione con lui.
L’oggetto della carità è la comunione dell’amore trinitario, nella quale l’uomo può essere introdotto solo mediante l’attuazione del duplice comandamento d’amore. Dobbiamo amare Dio per sé e il nostro prossimo come noi stessi, desiderando che anche lui viva secondo Dio.
