Sagre e cultura popolare

È il mese in cui si tirano le somme della stagione turistica. Si fanno i calcoli statistici rispetto alle presenze interne e straniere sulle spiagge abruzzesi e sulle montagne dell’Appennino. Nel frattempo, il calendario delle feste patronali e delle sagre di paese slitta al nuovo anno.

Si è partiti da Cocullo, dove i serpari portano ancora la statua di san Domenico avvolta di cervoni come fosse la cosa più normale del mondo e, in fondo, qui lo è. Rito arcaico, telecamere internazionali e la solita fila di turisti che scattano foto terrorizzati tenendosi a debita distanza. I coraggiosi, tuttavia, non mancano.

E se a Cocullo i serpenti sono quelli veri, arrotolati sulla statua da secoli, a Pescara la “Notte dei serpenti” è tutt’altra fauna: niente colubri, ma direttori d’orchestra star e un nome preso a prestito che più suggestivo non si può. Il marketing, si sa, morde meglio del serpente e lascia il veleno solo nel prezzo dell’aperitivo.

La Perdonanza Celestiniana all’Aquila chiude i battenti con la sua solennità antica: la Bolla, il corteo, la Porta Santa che si apre e si richiude puntuale come pochi appuntamenti in questa regione. Il tutto, però, incastonato tra un concerto pop-rock e uno rap in piazza e le passeggiate di novelli anacoreti in Gore-Tex, scarponi tecnici e bastoncini, alla ricerca di ipotetici sentieri di eremiti che, nei tempi andati, di certo non prevedevano il GPS.

Poi c’è il capitolo delle sagre. La porchetta, regina indiscussa, che non conosce crisi né dietologi. Il croccante, monumento di zucchero e mandorle che resiste ai denti più di quanto resista la pazienza in coda. Arrosticini, ovviamente, serviti ovunque per un principio di precauzione gastronomica tutto abruzzese.

Infine le feste patronali, apoteosi del mese: il palco in piazza, le luminarie a intermittenza e le band pop anni ottanta i cui componenti (va detto con affetto) hanno ormai tutti i capelli bianchi, ma le chitarre e le batterie sanno ancora farle vibrare. Sul palco, a chiudere la serata, i cantanti melodici di lungo corso, quelli che cantano da quasi mezzo secolo e che fanno storcere il naso e la bocca ai giovani ma, per fortuna, arrivano sempre puntuali.

Però, diciamocelo con franchezza, la leggerezza va bene. L’estate, del resto, è – giustamente – tempo di vacanza e le sagre e le feste ne sono la liturgia più sincera. Ma lo spirito, oltre che di porchetta e arrosticini, si nutre anche d’altro e, su questo fronte, l’Abruzzo, salvo qualche lodevole eccezione, resta spesso a digiuno.

A quelli che sostengono che anche le manifestazioni sul filo del revisionismo canoro sono espressioni culturali si può solo osservare che chiamarla cultura popolare è un atto di fede, non di analisi. Rivisitare un canto popolare a colpi di sintetizzatore non è tramandare: è mimetizzare la memoria per farla ballare.

L'ECO di San Gabriele
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