di Elena Rui, L’Orma Editore, pp. 180, € 18,00
Questo libro inizia da una fine, tragicamente celebre per giunta. Il 4 gennaio del 1960 la macchina di Michel Gallimard si schianta contro un platano nel piccolo paese di Villeblevin, mentre trasporta la moglie Janine e i loro due figli (i soli tre sopravvissuti); sul sedile del passeggero, con le prime centoquarantaquattro pagine de L’uomo primitivo sulle gambe, siede per l’ultima volta Albert Camus. La materia di questo romanzo, che l’autrice definisce «una finzione documentata», ritrae le ripercussioni del disastro su quattro donne che allo scrittore hanno donato amore incondizionato, seppur sempre condiviso: la moglie Francine Faure, formalmente l’unica vedova del gruppo; le attrici Catherine Sellers e Maria Casarès, tanto diverse quanto talentuose; infine Mette Ivers, luminosa pittrice e illustratrice. Se è vero che il loro progressivo superamento del lutto finisce per tracciare inevitabilmente un ritratto in absentia del Nobel francese, il sugo del romanzo si raccoglie tra le pieghe delle loro vite, unite in una rete invisibile fino allo strappo dell’incidente e poi frammentate in percorsi che apparentemente non condividono nulla, se non l’insostenibile pesantezza del non-essere.
