USA E RUSSIA PRONTI A NEGOZIARE

Intervista a Lucio Caracciolo dopo 8 mesi di guerra
By Gino Consorti
Pubblicato il 1 Novembre 2022

QUELLO CHE POTREBBE ESSERE RELATIVAMENTE VICINO – AFFERMA IL DIRETTORE E FONDATORE DELLA RIVISTA DI GEOPOLITICA LIMES – È UN CESSATE IL FUOCO CHE POTREBBE REALIZZARSI CON LA COMPLICITÀ DELL’INVERNO E QUINDI CON LA DIMINUZIONE DI INTENSITÀ DEI COMBATTIMENTI”

Al momento di mandare in stampa questo scritto siamo al 235esimo giorno di guerra. È bene ricordarlo sia perché quando la rivista arriverà nelle case degli abbonati gli scenari potrebbero essere cambiati, ovviamente speriamo in meglio, sia per ricordare, a quanti confidavano e confidano nella fine del conflitto grazie al continuo e massiccio invio di armi all’Ucraina. Abbiamo superato l’ottavo mese di guerra assistendo a una incredibile quanto prevedibile scia di distruzione, morte e odio. Il conflitto, e anche in questo caso c’era da aspettarselo, si è allargato giorno dopo giorno e le ripercussioni hanno varcato i confini dell’Ucraina toccando il cuore dell’Europa, Italia compresa.

A questo punto, dunque, c’è assoluto bisogno di una concreta via negoziale che eviti effetti ancora più devastanti di quelli registrati sino a oggi. Anche perché – diciamocelo senza ipocrisia – di fatto il nostro Paese sta subendo gli effetti di un’economia di guerra, aggravata dalla pandemia. Basta pensare al caro bollette e ai rincari su cibo e carburante che hanno messo in ginocchio una larga fetta di italiani. Compresi i poveri da lavoro, persone che hanno un reddito non adeguato, stipendi che non garantiscono un livello minimo di sussistenza. Eppure, con un quadro del genere, a partire dalle tante morti quotidiane di militari e civili, c’è chi seguita a credere che l’invio di armi possa essere la soluzione. Follia allo stato puro. Basterebbe passare qualche ora in un qualsiasi Pronto soccorso italiano, oppure pochi minuti in un obitorio per rendersi conto del valore della vita umana. Per comprendere il dolore e la disperazione di chi ha perso una persona cara o sta lottando, grazie all’aiuto dei medici, per restare in vita. Le armi sono solo strumenti di morte e la vita non è barattabile con nulla. Prima ce lo mettiamo in testa, prima torneremo ad abitare un mondo migliore. È il momento, dunque, che i principali leader mondiali scendano in campo per dire basta alla guerra. Occorre un impegno concreto per far tacere le armi e ripristinare la pace tra i popoli.

Sperando che le coscienze vengano toccate al più presto nel punto giusto, siamo andati a chiedere lumi a uno dei maggiori esperti italiani in geopolitica. Parliamo di Lucio Caracciolo, direttore e fondatore della rivista mensile italiana di geopolitica Limes, apprezzato docente universitario, scrittore e giornalista nonché profondo conoscitore e analista di assoluto livello di tematiche afferenti i rapporti fra le nazioni.

Direttore Caracciolo, qual è oggi la situazione reale nel conflitto in Ucraina?

I russi non riescono più ad avanzare e la controffensiva Ucraina ha messo in piedi tutto il loro dispositivo. In più in questa fase il morale degli ucraini è altissimo mentre quello dei russi tende al basso. Come si vede anche dal fatto che in prima linea i russi non mandano, di norma, le loro unità ma reparti ceceni, i mercenari Wagner e le milizie separatiste. Insomma, il trend, dopo l’avanzata lenta ma abbastanza sicura dei russi, adesso dal punto di vista strettamente militare sul terreno può essere favorevole agli ucraini.

La controffensiva delle truppe ucraine e la riconquista di alcuni territori a cosa è dovuto? Errori di valutazione della Russia, depistaggio, informazioni su posti di comando, armi, depositi di munizioni forniti da Europa e Stati Uniti oppure cosa?

Ha giocato il fatto che ormai da molti anni inglesi e americani hanno addestrato, armato e preparato le forze ucraine capaci di resistere alla Russia. A sua volta, invece, la Russia non ha considerato l’importanza di questo fattore, credeva di combattere contro un esercito ucraino raffazzonato mentre invece si è trovata una compagine militare paragonabile a quella dei migliori eserciti europei.

L’intelligence inglese dice che i russi starebbero finendo le munizioni…

Come tutte le cose che provengono dal mondo dell’intelligence, questa affermazione la prenderei con un grano di sale… Io non ci credo.

Quanto è alta la possibilità che la Russia possa mettere in campo sistemi d’arma più potenti, tra cui gli ordigni nucleari tattici?

La probabilità dipende dal grado di crisi della Russia. Se dovesse sentirsi veramente con le spalle al muro a quel punto potrebbe giocare l’ultima carta che ha a disposizione. Essendo però l’ultima carta, ripeto, dovrebbe metterla in campo solo in un caso estremo. Al momento la percentuale è molto bassa, ma comunque possibile.

L’Unione Europea ha annunciato che addestrerà 15 mila soldati ucraini. Questa decisione peserà su un’eventuale trattativa di pace?

Ritengo che i soldati ucraini abbiano già raggiunto un alto livello di addestramento attraverso l’intervento degli inglesi e degli americani. Quello che può dare l’Europa è abbastanza relativo, in pratica conta poco.

L’arrivo dell’inverno di chi sarà alleato?

Credo che nella stagione invernale si dovrebbe combattere con meno intensità quindi sicuramente ci saranno meno morti in entrambi gli eserciti. Dal punto di vista tattico, vivendo oggi in una situazione molto difficile, forse i russi potrebbero approfittare della pausa per rafforzarsi e ripartire più forti.

Ritiene possibile un incontro tra Biden e Putin nel prossimo G 20 in programma in Indonesia?

Se ne parla apertamente anche da parte americana, molto dipenderà dal grado di avanzamento dei negoziati segreti che sono in corso tra i due paesi.

Quindi, al di là delle smentite di rito la Russia e l’America si stanno parlando…

Assolutamente sì. Le smentite, infatti, non sono così credibili…

Zelensky starebbe uscendo fuori dai binari sui quali l’America vorrebbe tenerlo… Secondo lei è una ricostruzione credibile?

Che tra americani e ucraini ci siano delle discussioni, chiamiamole così, è vero. Ci sono alcuni americani che vorrebbero addirittura spingerlo ancora più avanti, mentre altri, in questo momento prevalenti, vorrebbero fargli capire che si è già spinto troppo oltre e che quindi non deve esagerare…

L’invio di armi, quindi, a suo parere continuerà?

Sì. Sarà però interessante vedere se magari gli americani cominceranno a inviare qualcosa di meno o di più. Qualcosa di più vorrà dire che l’America ha deciso di arrivare allo scontro finale con la Russia; qualcosa di meno significherà che sono pronti a negoziare.

La sua previsione qual è?

Che sono pronti a negoziare.

Attualmente in cosa consiste la fornitura di armi da parte dell’Italia?

Ufficialmente non ci viene detto nulla, quindi sono tutte speculazioni. Da quel poco che si può sapere abbiamo dato qualcosa, non proprio però materiali che cambiano il corso della guerra.

Secondo lei la pace è vicina o lontana?

La pace è lontanissima, quello che potrebbe essere relativamente vicino è un cessate il fuoco che potrebbe realizzarsi con la complicità dell’inverno e quindi con la diminuzione di intensità dei combattimenti.

I continui appelli di pace lanciati da papa Francesco, dal presidente della Repubblica e dalla società civile tutta, dunque, resteranno inascoltati?

Ripeto, non credo che oggi sia possibile un negoziato sulla pace, per capirci sulla sistemazione dei territori. Quello che si può ottenere è una tregua, magari con una forza di interposizione che vigili su uno spazio che delimiti i due fronti. Ciò vuol dire che questa ipotesi potrebbe diventare praticabile il prossimo inverno quando i fronti si saranno stabilizzati e quindi ciascuno cercherà di andare un po’ più avanti e guadagnare terreno. Questa è l’unica ipotesi che vedo praticabile, il resto mi pare abbastanza fantasioso.

Il parziale successo militare di Kiev potrebbe servire agli ucraini per trattare da una posizione di maggiore forza in sede negoziale?

Potrebbe, anche se mi pare piuttosto difficile.

Qual è la posizione di Putin all’interno del suo paese?

Parlerei di una situazione compromessa, non credo possa essere rieletto nel 2024, forse potrebbe essere accompagnato all’uscita anche prima. Non però in una fase critica come questa, a meno che non ci sia un colpo di Stato. Quando si è in guerra, infatti, è difficile fare operazioni di questo genere. Comunque non credo sia più nel pieno controllo della situazione.

Il controllo del Mar Nero che importanza ha?

Direi vitale, sia per i russi che per gli ucraini. L’Ucraina senza sbocco sul Mar Nero sarebbe morta, la Russia sarebbe viva ma avrebbe una perdita strategica notevole se non controllasse più la Crimea e Sebastopoli.

Il mare italiano e la guerra è il titolo dell’interessante volume pubblicato recentemente da Limes. Che tipo di impatto ha il conflitto in Ucraina sul Mare Nostrum?

Lo rende più conteso e combattuto. Oggi nel Mar Mediterraneo ci sono più di 30 navi russe, sono arrivati due gruppi portaerei americani, ci sono i turchi e ovviamente anche le nostre navi che fanno più di un lavoro importante. Insomma, è un mare sempre più conteso che ha importante valenza strategica.

Lei però nel libro parla più di Medioceano, una versione aggiornata del Mediterraneo…

Esattamente. Mediterraneo per la cartografia corrente, Medioceano in geopolitica perché connette Atlantico e Indiano, già a fuoco nel Mar Nero investito dall’assalto russo all’Ucraina. E dei mari cinesi, cuore del Medioceano estremo-orientale, epicentro dello scontro tra Washington e Pechino sulle rotte dell’Indo-Pacifico. Il centro di quel mare è Taiwan, del nostro l’Italia. Rispettate le proporzioni, la sfida scalena fra Stati Uniti, Cina e Russia si deciderà sul controllo dello stretto di Taiwan e di quello di Sicilia. Perni delle rotte oceaniche che legano Cina e America via Eurafrica. Oggi. Domani forse attraverso la rotta artica, ovvero russa, per la cui liberazione dai ghiacci si prega ogni giorno al Cremlino.

Affrontando le tematiche energetiche e quindi questioni di geopolitica, lei recentemente ha detto che i problemi attraversati dalla Ger-mania, il nostro principale partner economico industriale, si riverseranno su di noi…

Nella misura in cui le nostre economie sono interdipendenti, e lo sono molto, inevitabilmente sarà così.

Per evitare ciò, dunque, cosa bisognerebbe fare?

Probabilmente bisognerebbe profilare il nostro Paese in un modo più forte e credibile di quanto non riesca a fare finora. Quindi trattare con i tedeschi e con i francesi le condizioni migliori per sostenere innanzitutto l’inverno. E poi per supportare la ripresa post tregua sperando, ovviamente, in un cessate il fuoco. Ci sono in gioco molte partite, anche di carattere economico.

Tipo?

Ad esempio la riforma o meno del patto di stabilità, una forma di Recovery Fund adattato alla guerra. Vedremo come ne uscirà il Paese.

Al netto di tutto, direttore, oggi è più ottimista o pessimista?

Un pochino più fiducioso di ieri.

A cosa è dovuta la fiducia?

Al fatto che tra i responsabili massimi, e mi riferisco a russi, americani e ucraini, si cominci a passare dalla fase della pura retorica all’esame concreto delle possibilità sul terreno. E poi, quindi, a qualche forma di tregua.

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