UN PERICOLOSO PASSO INDIETRO

By antonio sanfrancesco
Pubblicato il 3 Novembre 2018

Prevenire è meglio che curare. L’antico adagio è più che mai attuale oggi e vale in maniera particolare quando si parla di disagio familiare. Fenomeni come il femminicidio, la violenza domestica, ma anche il bullismo, le ludopatie, le dipendenze da alcol e droga sono vere e proprie emergenze sociali. Come pure, la gestione dei figli nelle separazioni conflittuali tra coniugi o l’applicazione (solo parziale) della legge 194 sull’aborto nella parte che si occupa della prevenzione, cioè della libertà di non abortire. E ancora: l’affidamento dei minori spesso demandato ai tribunali o ai Servizi sociali territoriali (i quali, soprattutto con l’intensificarsi dei flussi migratori, oggi devono occuparsi anche di minori non accompagnati), la difficile gestione delle famiglie allargate, l’assistenza e la cura della famiglie multietniche.

Ci sono luoghi importanti per la prevenzione di questi fenomeni e sono i consultori familiari. Peccato che siano sempre di meno. Erano 2.275 nel 1993, oggi sono 1.944, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute. In 25 anni se ne sono persi 781. E questo è un passo indietro nella prevenzione del disagio familiare e anche un tradimento della Costituzione stessa che, unica al mondo, prevede il “diritto alla salute” (articolo 32) come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

La denuncia arriva da un Rapporto, ancora inedito, della Confederazione italiana dei consultori di ispirazione cristiana, curato dal presidente, don Edoardo Algeri. Nel testo, oltre a fare il punto sui dati, vengono delineati anche i punti strategici di un’azione di prevenzione della salute non solo delle donne ma di tutta la famiglia. Una cultura che in Italia stenta però ad affermarsi.

 

La mancanza

di politiche adeguate

Il Rapporto è stato stilato nella sua redazione finale in concomitanza con l’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino dell’agosto scorso, ascoltando anche le esperienze virtuose di altri paesi europei, a cominciare da Germania e Francia. “In nessun paese d’Europa – ha spiegato don Algeri – si fa così poco per la prevenzione dei disagi delle coppie come in Italia. Il problema drammatico della scarsa natalità va attribuita anche allo scarso interesse per i consultori familiari. Il governo, nel Contratto stilato dopo le elezioni, si è impegnato a garantire, implementare e integrare i servizi sociosanitari, superando il modello ‘ospedalocentrico’ e sviluppare in maniera diffusa i servizi territoriali. Il Consultorio è uno di questi”.

Queste indicazioni, spiega il Rapporto, “costituiscono un riferimento importante per costruire risposte condivise che sappiano affrontare in modo adeguato le evoluzioni della domanda di servizi e prestazioni, già recepite dal decreto del 12 gennaio 2017 sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea), che hanno origine nella gravità del malessere relazionale e nella centralità delle relazioni primarie familiari”.

Ecco perché, scrive il Rapporto, “diviene sempre più urgente il bisogno di organizzare intorno alle relazioni primarie familiari un sistema di servizi interdisciplinari che si prendano cura dei nuovi bisogni sanitari e relazionali non più in chiave individuale, ma nel loro naturale contesto familiare e nelle diverse fasi del ciclo di vita, rafforzando e diffondendo buone pratiche e investendo su una maggiore prossimità alle persone (domiciliarità, home visiting)”.

Esattamente a questo dovevano servire i consultori familiari introdotti in Italia con la legge quadro 405/1975, l’anno della riforma del diritto di famiglia, e istituiti con le successive leggi regionali emanate tra il 1976 e il 79.

 

Oltre 280mila persone assistite

Oggi, tuttavia, il sistema dei consultori familiari, e la loro preziosa capacità di fare rete sul territorio, sono molto indeboliti. In particolare, l’attività dei consultori, denuncia il Rapporto, “risulta sbilanciata su dimensioni prestazionali e medico-ambulatoriali, poco integrate con il territorio e assai carenti sul fronte delle competenze psicopedagogiche”. Non è una questione di poco conto. Già l’anno scorso nel decreto di riforma sui Lea si faceva riferimento a una ristrutturazione dei servizi territoriali soprattutto in vista della prevenzione non solo delle patologie mediche, ma anche del disagio che comporta lo sfilacciamento e la distruzione delle relazioni familiari e interpersonali.

Insomma, la domanda c’è. È carente, invece, l’offerta da parte del Servizio sanitario nazionale. E così i consultori privati, che sono quasi 300, la maggior parte d’ispirazione cristiana, vengono presi d’assalto. Si calcola che ogni anno, a titolo gratuito, sostengono oltre 280 mila persone. Le reti più diffuse sono la Cfc (Confede-razione italiana dei Consultori familiari di ispirazione cristiana) che associa 204 consultori familiari e l’Ucipem (Unione dei consultori italiani permatrimoniali e matrimoniali) con circa 80 consultori e la rete dei Consultori privati laici con circa 30 sedi. I punti di forza dei consultori privati, rispetto a quelli pubblici, sono almeno tre: il raggiungimento di elevati standard qualitativi, rilevati dalla customer satisfation; l’abbattimento di circa il 60 per cento del rapporto costo/prestazione, con notevoli risparmi per la finanza pubblica; l’attivazione di risorse comunitarie aggiuntive (volontariato, donazioni, disponibilità di immobili…) altrimenti non reperibili, frutto di una sana attuazione del principio di sussidiarietà, coinvolgendo le famiglie stesse e le loro reti e associazioni.

 

Il modello lombardo

La legge istitutiva dei consultori prevedeva la presenza di consultori gestiti da enti privati senza scopo di lucro in convenzione con il sistema sanitario nazionale. A più di quarant’anni, solo la Regione Lombardia con una norma del 2001 ha previsto la possibilità di accreditare consultori no-profit, riconoscendone la funzione pubblica.

“Visto che il modello lombardo funziona – sottolinea don Algeri – chiediamo al governo di farsene carico per diffonderlo a livello nazionale come obiettivo strategico di riferimento per le famiglie, portandolo alla Conferenza Stato-Regioni e prevedendo finanziamenti adeguati”.

La proposta finale del Rapporto è quella di fare due anni di sperimentazione con la convezione a 20 consultori familiari no-profit finanziandoli con 250 mila euro ciascuno. La stima è di ampliare l’offerta ad almeno 2 milioni e mezzo di persone in Italia con un costo complessivo annuo, a regime, di 50 milioni di euro.

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