Giovani e futuro
Crescono gli studenti eccellenti e diminuisce l’abbandono, ma nelle aree urbane più fragili un minore su dieci vive in condizioni di forte disagio. La qualità del capitale umano resta insufficiente per sostenere innovazione e sviluppo
L’Italia sta riducendo la dispersione scolastica, ma il divario tra territori e condizioni sociali continua a determinare il destino di migliaia di studenti. I dati diffusi da Istat, Save the Children e Invalsi delineano un Paese che avanza, ma con velocità diverse. E mostrano come il miglioramento complessivo non riesca ancora a compensare le fragilità strutturali che attraversano la scuola italiana.
Il Rapporto Invalsi 2026 segnala un campanello d’allarme già alle elementari: gli alunni incontrano crescenti difficoltà in matematica. La quota di chi raggiunge almeno il livello base è scesa di circa tre punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione, sia in seconda sia in quinta primaria, fermandosi poco sopra il 60%. Significa che quasi il 40% non raggiunge le competenze minime. Il confronto con il 2019, prima della pandemia, è ancora più netto: il calo nei risultati medi è dell’8-10%, quando oltre il 70% degli studenti raggiungeva il livello base.
Accanto alle criticità, il rapporto contiene però segnali incoraggianti. La dispersione scolastica esplicita – l’abbandono precoce degli studi – nel 2025 si è attestata all’8,2% e, secondo le stime Invalsi, potrebbe scendere al 7,3% nel 2026. Migliora anche la dispersione implicita, che riguarda chi termina il percorso scolastico senza raggiungere competenze adeguate: dal 8,7% del 2025 si passa al 6,3% nel 2026. Cresce inoltre la quota degli “eccellenti”, gli studenti che ottengono risultati elevati: dal 12,3% al 13,1% in un anno.
La dispersione, esplicita o implicita, non è solo un indicatore educativo: incide direttamente sulla qualità del capitale umano e, di conseguenza, sulla produttività del Paese. Negli ultimi anni la crescita economica è stata sostenuta quasi esclusivamente dall’aumento dell’occupazione, mentre la produttività del lavoro e quella totale dei fattori sono rimaste stagnanti. Il ritardo negli investimenti immateriali, la frammentazione del tessuto produttivo e la scarsa capacità di innovazione sono legati alla debolezza delle competenze disponibili.
Un quadro ancora più nitido emerge dal rapporto I luoghi che contano di Save the Children. Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane, un minore su dieci – il 10,3%, pari a 142mila ragazzi – vive in un’area di “disagio socioeconomico urbano”. In queste zone, individuate dall’Istat, il 42,3% delle famiglie è in povertà relativa. Le difficoltà economiche si traducono in povertà educativa: il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato o ripetuto l’anno, una percentuale doppia rispetto alla media metropolitana. Il 20,8% degli alunni dell’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione, dieci punti in più della media nazionale dell’11%. E oltre un under 30 su tre (35,6%) non studia e non lavora, contro una media del 22,9%.
Di fronte a questi dati, l’urgenza è quella di politiche integrate: rafforzare l’orientamento, sostenere le famiglie vulnerabili, investire nelle competenze digitali e nella formazione tecnica, ampliare il tempo scuola nelle aree più esposte. Perché ogni ragazzo che si perde è un pezzo di futuro che scivola via in silenzio.
