UN ACUTO PIÙ FORTE DEL PREGIUDIZIO

INTERVISTA AL MAESTRO PIERO MAZZOCCHETTI
By Gino Consorti
Pubblicato il 1 Marzo 2014

IL NOTO ARTISTA CROSSOVER ABRUZZESE, TERZO NEL 2007 A SANREMO E TESTIMONIAL UNICEF, GRAZIE ALLA SUA STRAORDINARIA VOCALITÀ RIESCE A CONIUGARE MAGICAMENTE LA LIRICA CON IL POP. IL MUSICAL PARLAMI D’AMORE MARIÙ E CROSSOVER ACADEMY LE SUE ULTIME SCOMMESSE VINTE Già a quattro anni le sue mani si muovono magicamente sulla tastiera di una piccola pianola. A sei anni inizia a studiare pianoforte al Conservatorio e i risultati sono subito eccellenti. In famiglia non c’è alcun “precedente”, non è un figlio d’arte e di conseguenza non ha usufruito di nessuna scorciatoia. Tutto il prezioso medagliere che oggi può orgogliosamente mostrare in bacheca è frutto esclusivamente di una grande professionalità e caparbietà. Accompagnate, ovviamente, da un talento purissimo. Attenzione, però: dentro quel ragazzino si nascondeva un tesoro ancora più pregiato. Parliamo dell’incredibile vocalità di Piero Mazzocchetti, 36 anni, abruzzese di Pescara, che sin da giovanissimo si è ritagliato uno spazio da star. Come spesso capita a tante “eccellenze” made in Italy, però, anche il buon Mazzocchetti ha dovuto varcare i confini nazionali per raccogliere i frutti di un talento cristallino. È in terra tedesca, infatti, che contro il parere dei suoi genitori, appena terminati gli studi firma un contratto che lo lega a un famoso locale di Monaco di Baviera. In poco tempo, allora, la fredda e boriosa Germania s’innamora di questo artista crossover in grado di coniugare magicamente la lirica e il pop, il classico con il moderno. Il suo primo album, L’eternità, in pochi mesi diventa disco d’oro, riempie stadi e teatri come nessun “straniero” aveva mai fatto. Ormai quel ragazzino emigrante che aveva lasciato la sua terra mettendo in valigia sogni e paure, è diventato un artista a tutto tondo. Nella esperienza in Germania ha venduto oltre 15.000 album che dalle nostre parti equivalgono a 3 dischi d’oro e uno di platino. Il successo e la fama, però, in qualche modo non l’avevano appagato pienamente. L’Italia ce l’aveva nel cuore e il fatto di averla dovuta abbandonare per trovare apprezzamento altrove gli aveva lasciato una ferita aperta. Ancora sanguinante…

Ed ecco, allora, che nel 2007, quando il Pippo nazionale gli offre l’opportunità del palcoscenico sanremese, nonostante un contratto in terra straniera Piero Mazzocchetti non ci pensa più di un respiro. Risponde presente ed è un trionfo. La sua bellissima canzone Schiavo d’amore, diventata anche il titolo del suo primo disco italiano, si classifica al terzo posto. Dal quel giorno per lui è un crescendo di successi e soddisfazioni in tutto il mondo, dalle Americhe all’Oriente. Nonostante la giovane età mette insieme una biografia corposa, di assoluto livello. Qualcuno, per le sue straordinarie capacità, lo ha paragonato al grande maestro Luciano Pavarotti, anche se Mazzocchetti è un tenore fuori dalle righe. Una voce lirica prestata al pop, un incredibile interprete che attraverso il classico riesce a raggiungere anche il cuore dei più giovani che, solitamente, divergono dal classico. Il suo continuo desiderio di ricerca e la scelta di mettersi sempre in discussione per scoprire nuovi orizzonti lo hanno portato a confrontarsi anche con il teatro, mettendo in piedi un musical godibile e raffinato: Parlami d’amore Mariù. Un viaggio tra i più grandi successi della musica napoletana, italiana e internazionale. Teatri sempre pieni e standing ovation assicurata…

Spesso, però, quando la carriera artistica sboccia in tenera età, si corre il rischio di finire in anticipo la benzina… In pratica si spengono le emozioni e subentra quell’inerzia che fa scendere frettolosamente il sipario… Piero Mazzocchetti, invece, da sempre trasmette al pubblico la stessa energia, la stessa voglia di emozionare ed emozionarsi. Suggestioni che magicamente infonde ogni volta che è sul palcoscenico. Il prestigioso riconoscimento di testimonial Unicef ricevuto per le spiccate doti umane e artistiche sempre dimostrate a sostegno dell’infanzia e delle problematiche a essa legate, si sposa alla perfezione, poi, con Crossover Academy recentemente fondata dal maestro abruzzese. Due sedi, a Miglianico e a San Giovanni Teatino, dove i giovani allievi possono seguire corsi di canto lirico e leggero, laboratori di musical, pianoforte. Inoltre hanno anche la possibilità di partecipare a casting interni per programmi e talent show.

Con Piero Mazzocchetti, sposato con l’affascinante Rosalinda Santalucia, sua ex allieva di canto, ci siamo dati appuntamento nella sede di San Giovanni Teatino, a due passi dall’uscita del casello autostradale Pescara Ovest-Chieti. Ci siamo sistemati nel suo studio dove campeggia un bellissimo pianoforte. Il maestro Mazzocchetti è pronto per l’audizione. Questa volta, però, saremo noi a esaminarlo…

Dal capiente e variegato guardaroba professionale quale abito dovremmo tirare fuori per meglio presentare il maestro Piero Mazzocchetti?

Essendo un artista crossover amo vestire due abiti: il jeans e lo smoking. Questo perché vivo una vita molto semplice, a contatto con i giovani. Quando invece sono sul palcoscenico vado sul classico.

Quindi possiamo dire che l’abito della tua anima è una sorta di spezzato…

Esattamente. Infatti se indossi lo smoking difficilmente oggi riesci a entrare in sintonia con i ragazzi. Ma se la giacca dello smoking la spezzi con un jeans, forse il contatto può avvenire… Questo per dire che nella mia professione cerco quotidianamente di usare un “linguaggio” classico che arrivi comunque anche al cuore di chi, come tanti giovani, il classico lo ascolta poco.

Ovviamente non basta un abito “spezzato” per intercettare l’attenzione dei giovani . Qual è, allora, il segreto per riuscirci?

Deve esserci sempre come base una disciplina linguistica, di contenuti e di valori. In questo modo credo riusciremmo in qualche modo a restringere la forbice generazionale che oggi è particolarmente evidente. Oggi è veramente complicato farsi ascoltare perché sono sfiduciati da tutto ciò che il “mondo degli adulti” gli propone quotidianamente…

Da bambino sognavi di essere quello che sei oggi?

Confesso di avere un cassetto zeppo di sogni che, giornalmente, mi consentono di scoprire cose nuove rinnovando l’entusiasmo nei confronti della mia professione e quindi della vita. Ho 36 anni e mi reputo molto fortunato e felice. A darmi preoccupazione è il futuro dei nostri giovani. Cinque mesi fa sono diventato padre e da quel giorno avverto ancora di più il peso della responsabilità di genitore.

Chi ha scoperto il talento di Piero Mazzocchetti?

Direi che è venuto fuori da solo, anche perché non sono un figlio d’arte… In famiglia l’unica ad accorgersene fu mia sorella Monia,  più grande di me di 7 anni. Notò la mia capacità di riprodurre, a soli quattro anni, le musiche della pubblicità attraverso una piccola tastiera. In pratica capì che avevo un orecchio avvezzo allo studio della musica. E all’età di sei anni ebbe inizio il mio percorso musicale pianistico.

Dunque hai iniziato da solo a confrontarti con spartiti e tasti del pianoforte… Spesso, invece, di mezzo c’è lo zampino dei genitori…

Per me, fortunatamente, non è stato così. I genitori, infatti, devono fare i genitori e non invece sostituirsi ai figli. Spesso, infatti, vorrebbero che i figli facessero ciò che loro, per varie ragioni, non sono riusciti a fare… E questa è la cosa più sbagliata. Ogni essere umano, infatti, ha una propria personalità di conseguenza deve crescere e correre con le proprie gambe.

Come nacque, nel 2007, l’idea di partecipare al Festival di Sanremo?

Direi un po’ per caso. Pippo Baudo, al quale mi lega una bella e profonda amicizia, mi conosceva e sapeva del mio successo importante raccolto all’estero.

Ti pareva che non c’era lo zampino di Pippo…

Baudo lo reputo forse l’ultimo cultore di musica a 360 gradi. Possiede una cultura musicale straordinaria che spazia dalla lirica al jazz, dal rock al pop, conosce tutta la discografia italiana dagli anni 45 fino ai giorni nostri. Sono veramente poche le persone culturalmente preparate come lui.

Quindi fu lui a proporti Sanremo…

Sì, tramite il noto manager Aragozzini mi chiese di rientrare in Italia. All’epoca avevo dei contratti particolarmente vincolanti ma l’idea di tornare nel mio paese attraverso la porta principale mi solleticava non poco. D’altra parte per un artista partecipare al Festival significa il coronamento di un sogno artistico. Anche se per me, e dovrebbe valere per tutti, Sanremo ha rappresentato un punto di partenza e non di arrivo. Nessuna tappa della vita, infatti, può rappresentare il punto d’arrivo. Bisogna sempre avere lo slancio verso nuovi traguardi.

La canzone che ti valse il podio, Schiavo d’amore, oltre alla tua portava la firma di un altro abruzzese…

Proprio così, un pezzo bellissimo scritto da un autore abruzzese straordinario. Maurizio Fabrizio, infatti, negli ultimi trent’anni ha firmato le più belle canzoni italiane. Penso ad esempio a I migliori anni della nostra vita, Almeno tu di Mia Martini, Storie di tutti i giorni di Riccardo Fogli. E a queste ci aggiungo anche Schiavo d’amore visto che è stata collocata tra le cinque canzoni più belle scritte da Maurizio Fabrizio.

Dal palco dell’Ariston, dunque, arrivò la svolta, anche se all’estero, però, eri già un mito…

Sì, mi si è aperto il “mondo” italiano visto che altrove ero già conosciuto.

Ma perché per essere apprezzato hai dovuto oltrepassare i confini nazionali?

Perché il genere che rappresento, mi riferisco alla lirica o comunque a tutto quello che fa parte del classico, incontra difficoltà a esprimersi nel proprio paese. Il detto latino Nemo propheta in patria, purtroppo, è più che mai veritiero, non solo nella mia disciplina ma in tutte le eccellenze. Nel nostro paese, ahimè, mancano le strutture e le infrastrutture per far sì che i ragazzi non siano costretti a emigrare.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai dovuto superare?

Credo il pregiudizio.

Da parte di chi?

Spesso i giornalisti hanno dei grandi pregiudizi. E il tutto nasce dal fatto che sono ignoranti.

Come al solito quando c’è da dare una colpa la categoria dei giornalisti è sempre a portata di mano…

Attenzione, non voglio offendere assolutamente la categoria. Quando parlo di ignoranza mi riferisco al termine letterale della parola, come appunto recita il vocabolario Garzanti: chi è all’oscuro di fatti o situazioni. Quindi se ci fosse un po’ più di consapevolezza nell’informazione, una deformazione dell’informazione, sarebbe meglio per tutti. Ad esempio in Germania, in America o addirittura in Cina, in occasione dei miei concerti i giornalisti erano preparatissimi. Di me e di ogni altro artista conoscevano tutto. Da quello che mangiavamo all’aria che respiravamo… E soprattutto non avevano e non hanno mai pregiudizi.

In particolare a quale pregiudizio ti riferisci?

Ad esempio la mia fisicità. Io sono un tipo mingherlino e quindi questa mia vocalità lirica molto spiccata in qualche modo, all’inizio, veniva classificata come un fenomeno un po’ particolare. Adesso, però, a 36 anni inizio ad avvertire intorno a me un certo rispetto artistico. Io, comunque, non mi sono mai abbattuto anche se la vita spesso mi ha messo a dura prova. Cosa sarebbe l’esistenza senza ostacoli da superare? Non potremmo apprezzare le cose belle senza l’esistenza di quelle brutte…

Qual è il complimento che più di altri conservi nel cuore?

Senza dubbio quello di Luciano Pavarotti. Ci sentimmo nel marzo del 2007, qualche mese prima che la malattia lo ghermisse.

Cosa ti disse in particolare?

La tua vocalità ricorda molto la mia però tu non devi essere l’imitatore di nessuno. Sei Piero Mazzocchetti e tale devi restare. Sii sempre te stesso, aggiunse, e vedrai che canterai fino a quando avrai fiato nei polmoni. Non devi dimostrare nulla a nessuno in quanto hai un talento particolarmente spiccato, assolutamente naturale. E inoltre vieni da una famiglia umile. Quest’ultimo particolare, infatti, nella carriera di un artista è di grande importanza. Chi è figlio d’arte o viene da una famiglia cosiddetta “potente” a volte si ferma per strada…

Schiavo d’amore è il titolo della canzone che ti è valso il podio nella kermesse sanremese: ma Piero Mazzocchetti è mai stato schiavo d’amore?

Chi non è schiavo d’amore? L’amore è un valore universale che ci mette dentro di tutto: il bene, il rispetto, l’amicizia, eccetera. Grazie all’amore si riesce a superare ogni ostacolo. Ad esempio scoprire la propria moglie che diventa madre credo sia la conquista più bella in assoluto.

Che significato ha per te la famiglia?

È il fulcro di tutto, la risposta alla crisi e alle tante difficoltà quotidiane. Senza nuove famiglie il nostro paese e quindi il mondo è destinato alla scomparsa. Senza la famiglia muoiono i valori, la nostra cultura. Ecco, allora, che ogni nascita porta aria nuova, ossigeno vitale a un mondo sempre più grigio e preoccupato.

Qual è la delusione che vorresti cancellare?

Più che delusione parlerei di errore. Grazie a Dio, infatti, ho avuto l’intelligenza di scegliere sempre da solo seguendo il mio istinto. E quando la strada non era quella giusta ho sempre pagato in prima persona.

Ci dici un tuo difetto?

Sono egocentrico ma con la maturità sto migliorando… Fino a poco tempo fa ero molto egoista. A volte sul palcoscenico, infatti, l’artista cerca le luci dei riflettori solo per lui togliendo spazio ad altri. Il fatto però di aver aperto un’accademia che gode del rispetto internazionale di tutte le istituzioni culturali credo sia una dimostrazione del mio cambiamento. Gli errori di cui parlavo prima mi hanno portato a ragionare in maniera diversa e quindi a condividere il palcoscenico con altri. Dividerlo oggi con più di 150 ragazzi credo rappresenti un buon messaggio, ma non per gli altri bensì per me stesso. Ho bisogno di vivere meglio io in maniera da far star meglio poi anche gli altri…

Nelle tue parole l’errore è sempre ricorrente, puoi dirci allora qual è quello che più ti ha ferito?

Il fatto di aver lavorato con persone che non avevano un grandissimo valore della lealtà. Io ho fatto arricchire diversi manager, in Germania e in Italia, che mi hanno sfruttato per bene…

Perché Crossover Academy?

Per evitare soprattutto che i ragazzi andassero via come è accaduto a me. Da qui, dunque, l’idea di individuare talenti importanti che offrano un cambio generazionale alle vecchie leve. Nell’accademia punto a essere un docente che, partendo dagli errori personali commessi sia in grado di indicare ai giovani la strada giusta da seguire. Casomai commettendo altri errori ma non quelli fatti da me. A volte per arrivare al successo, infatti, si scende a compromessi commettendo degli errori. Ovviamente ci sono compromessi che si possono accettare e altri, invece, assolutamente no. Il mio slogan è Non tale e quale a qualcun altro ma tale e quale a me. Non bisogna imitare nessuno se non se stessi.

Perché hai scelto l’Abruzzo e non, invece, un’altra regione musicalmente più “predisposta”?

Perché sono legato tantissimo alla mia terra. La mia carriera artistica si è svolta per molto tempo all’estero ma sono sempre stato orgoglioso delle mie origini. E oggi, appunto, ho deciso di investire nel mio Abruzzo. Tanti artisti quando raggiungono la popolarità e il successo solitamente investono altrove. Io, invece, ho voluto mettere i miei guadagni a disposizione della mia regione. Anche perché abbiamo tante intelligenze e tanti talenti.

Com’è strutturata l’Accademia?

Ci occupiamo soprattutto di canto, formiamo i ragazzi a livello locale e non vogliamo in qualche modo allargarci ad altre discipline, anche perché non vogliamo entrare in concorrenza o in conflitto con altre strutture che vivono di questo. Tra i miei collaboratori ce n’è uno veramente prezioso e mi riferisco ad Antonio Di Giosafat che da mio allievo è passato a essere un collaboratore a 360 gradi.

Avete anche delle corali?

Sì, un coro di bimbi e uno senior e ci siamo tolti già delle belle soddisfazioni. I ragazzi dopo un percorso di studio interno hanno bisogno di mettersi alla prova all’esterno in modo da capire quanto la loro preparazione sia forte.

Che durata hanno i corsi?

Questa è un’accademia stranissima in quanto siamo gli unici ad avere un ciclo di studenti che dura 4-5 anni. Solitamente dopo un paio di anni si molla o ci si prende una pausa, noi invece abbiamo perso pochissima gente per strada…

Cosa ti ha insegnato l’esperienza in Germania?

La disciplina nel lavoro e la professionalità.

Nient’altro?

No, tutto il resto a mio avviso è da buttare…

Perché?

C’è una qualità di vita pessima…

Addirittura?

Proprio così.

Ad esempio?

Cibo, svago… E poi manca la materia prima…

Cioè?

Il sole. Quando manca il sole manca tutto. Vivono una vita all’interno e quando tra le nuvole s’affaccia qualche raggio di sole impazziscono… Ripeto, ci sono tante cose che a me non piacciono, fatte salve ovviamente la disciplina e la dedizione al lavoro.

La Germania, però, ti ha dato anche quel successo che l’Italia t’aveva negato…

Certamente, e non lo dimentico. Però da italiano, e soprattutto da abruzzese con una personalità libera, posso dire che il successo l’ho pagato tanto… Mi sono dovuto adattare ai loro usi e costumi e le difficoltà da superare non sono mancate. Lì, però, ho imparato due lingue, l’inglese e il tedesco, che mi hanno dato la possibilità di mettermi in comunicazione con il mondo intero.

Lontano dai riflettori com’è Piero Mazzocchetti?

Sono una persona molto semplice, bene o male i colori del mio arcobaleno li ho attraversati tutti. Adesso torno a rivisitarli con un occhio diverso.

Quanto è stato difficile gestire da giovanissimo denaro e successo?

Non è stato affatto semplice a diciott’anni… Mi ero montato un po’ la testa anche per via dei tanti soldi che mi erano piovuti addosso. A quell’età, infatti, il denaro e il successo ti cambiano la visione delle cose, non hai una struttura mentale così formata al punto di gestire bene la situazione e scegliere la cosa migliore da fare.

In particolare ti riferisci al periodo trascorso in Germania?

Sì. Avevo dei manager importanti e seri che mi ripetevano in continuazione di restare con i piedi ben piantati a terra. Mi dicevano che non c’era alcuna necessità di bruciare le tappe. Ed è vero… Sicuramente è giusto aspirare al podio più alto, però è importante arrivarci in maniera graduale. Anche perché quando si è in cima prima o poi si cade…

Qual è la cosa che più ti fa arrabbiare?

L’ignoranza.

E quella per cui, invece, daresti la vita?

I figli, nella maniera più assoluta. Con la nascita di un figlio fai dieci passi indietro…

Il pubblico più esigente che hai incontrato?

Quello che devo ancora incontrare… Sinceramente devo dire che sono sempre riuscito a conquistarlo.

Oggi a chi ti senti di dire grazie?

A Dio, perché tutto gira intorno a lui.

Che rapporto hai con la fede?

Un rapporto personale che mi tengo stretto al cuore. Ognuno la vive secondo i propri valori e la propria cultura. Sant’Agostino diceva che chi canta prega due volte, quindi durante i concerti mi sento più vicino a lui.

Ti capita spesso di pregare prima di salire sul palcoscenico?

Assolutamente sì. Una bella preghiera è il modo migliore per scacciare via il diavolo e le sue negatività. Probabilmente, poi, torneranno, ma il bello sta proprio nel confrontarsi quotidianamente con difficoltà e debolezze. E ovviamente superarle con l’aiuto del Signore…

Cosa significa essere testimonial dell’Unicef?

Lo ero anche in Germania e scrissi una canzone in tedesco che parlava dei bambini ed era legata a un progetto molto importante. La beneficenza è un qualcosa che devi sentire dentro, nella tua intimità più profonda. E nel mio lavoro in accademia è una condicio sine qua non.

La scelta di fare un musical da dove arriva?

Dalla voglia di diversificare e di mettermi alla prova anche come attore o comunque come un personaggio che si muove sulla scena. È stata un’esperienza molto importante, un’occasione di crescita professionale. Ovvia-mente non mi sono fatto investire dal musical, non ho alcuna voglia di indossare delle maschere. Anche perché in giro ce ne sono già tante, forse troppe…

Perché il titolo Parlami d’amore Mariù, che tra l’altro è anche il nome della tua ultima raccolta discografica?

Perché musicalmente sono molto legato a quel periodo dove sono state scritte, a mio avviso, pagine indimenticabili della musica italiana. Tantissime romanze italiane che poi hanno cantato i più grandi tenori del mondo a partire da Gigli, Lanza fino ad arrivare a Di Stefano e al compianto Pavarotti. Ho rivisitato le canzoni grazie allo straordinario contributo del mio pianista Marco Marrone, anche lui abruzzese di Pescara. Ripeto, in Abruzzo abbiamo dei talenti incredibili. Basta solo un po’ di accortezza nell’andarli a scovare.

Attraverso la musica è più facile oppure più difficile raccontare la bellezza?

Secondo me è più difficile perché la musica ha un linguaggio universale che ovviamente grazie alle note e a questa stupenda disciplina che è il suono, rischia in qualche modo di sopravvalutare o distorcere una qualità.

Il successo cambia la vita?

No. A cambiare la vita è la popolarità e lo fa in modo sbagliato. Le foto, gli autografi e altro non appartengono al successo bensì alla popolarità che, di fatto, ti cambia. Ci si monta la testa, il pubblico ti osanna, ti fa sentire un superuomo, un mito. Il successo, invece, è quando sei in grado di regalare emozioni.

Un artista che come te riempie stadi e teatri può essere considerato un maestro di pensiero?

No, perché il maestro di pensiero è colui che scrive delle pagine di storia nella propria vita… Io invece sono un interprete, colui che canta pagine già scritte che hanno cambiato il mondo. E cerco di riproporle ai ragazzi affinché recepiscano la qualità di quel tipo di musica e di quel contesto storico italiano. Il tutto nel tentativo, attraverso delle chiavi moderne, di decodificare i codici di una società indecifrabile…

Che ne pensi del mondo politica?

Non sono uno di quelli che punta sempre il dito, io la politica la rispetto. Al di là delle varie appartenenze cerco sempre di conoscere e giudicare le persone, non il colore politico. Sicuramente oggi la politica è impopolare ma proprio per questo credo abbia bisogno di una nostra maggiore attenzione. Senza una guida affidabile il nostro paese difficilmente si riprenderà.

Certo che di esempi poco gratificanti dalla nostra classe politica ne arrivano in abbondanza…

Gli scandali ci sono sempre stati, come spesso mi ripeteva mio nonno. Solo che anni fa non c’era internet e quindi la cassa di risonanza era limitatissima. Oggi, invece, grazie a internet e facebook in tempo reale tutti sanno di tutti… La comunicazione viaggia così veloce che a volte un semplice ceffone, ad esempio, viene amplificato e distorto fino a trasformarlo in un delitto… Sicuramente l’evoluzione tecnologica ha grandi responsabilità…

Di che tipo?

Le persone hanno smesso di parlare e di guardarsi negli occhi.

È innegabile, però, che il mondo abbia compiuto un grande passo in avanti…

È stato sicuramente un passo in avanti nella direzione della globalizzazione, soprattutto della comunicazione, ma in termini di valori umani si è compiuto un passo indietro. Le persone non s’incontrano più. C’è questa grande piazza virtuale popolata da miliardi di persone che però non riescono a guardarsi negli occhi… Credo si sia fatto un uso sbagliato, eccessivo, c’è bisogno di fermarsi un attimo. Pensiamo all’uso del cellulare, ormai le persone non si guardano più in faccia visto che passano l’80% della giornata a smanettare con il cellulare. Non alzano più la testa, ma se non alzi la testa come fai a vedere il mondo? Lo vediamo solo attraverso un piccolo schermo di qualche pollice. Non si esce più di casa, basta un computer collegato alla rete… Socialmente ci si sente integrati ma è l’esatto contrario, non c’è più la consapevolezza del contatto fisico con le persone. Non c’è più l’abbraccio, una stretta di mano, un bacio. Tutto ciò rappresenta la grande sconfitta dei veri valori e non, invece, una conquista.

A inaugurare lo scorso ottobre il ciclo di master classes è stato l’attuale presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi, con una lezione su Economia musicale: la sostenibilità. Alla luce del recente scandalo di rimborsopoli che ha investito la Regione Abruzzo, quale canzone vorresti dedicare al presidente?

Nessun dorma… all’alba vincerò… A lui mi lega una forte amicizia e una grande stima umana. Credo che quando i giornalisti si sostituiscono ai pubblici ministeri si crei una grande confusione…

Ancora i giornalisti nel mirino…

Quando una persona sbaglia deve risponderne nelle sedi competenti e non a un giornalista. Il giornalista non è un giudice, è una persona normale…

Anche i giudici e i politici sono persone normali che fanno mestieri differenti…

Sì però il giornalista dovrebbe limitarsi a raccogliere le informazioni senza aggiungerci del proprio sostituendosi ai giudici attraverso dei processi mediatici. Mi auguro, dunque, che Gianni Chiodi dimostri la sua estraneità. Io lo reputo una persona di grande cultura. A volte, però, bisogna scegliersi i collaboratori buoni. Le case, infatti, non si costruiscono solo con architetti e ingegneri, ci vogliono anche gli operai. E quando l’ingegnere non c’è chi ti dice, ad esempio, che in quel pilastro c’è stato messo il ferro o il cemento?

Oggi qual è il sogno di Piero Mazzocchetti?

Vedere qualche mio allievo salire sul palcoscenico di Sanremo.

Ci sono buone speranze?

Direi di sì, ma ovviamente non dipende da me… Bisogna avere tanta caparbietà e sapere aspettare il momento giusto. Invece la gran parte dei giovani, oggi, è in cerca del successo immediato…

A proposito di giovani talenti, che ne pensi di X-Factor?

Credo abbia fatto emergere diversi talenti che dureranno negli anni, vedi ad esempio Mengoni e Noemi. Però nello stesso tempo ha creato tanti fenomeni da baraccone. Su venti partecipanti, ad esempio, solo uno ce la fa. La domanda, allora, è la seguente: gli altri 19 che fine fanno? Si sono illusi inutilmente e, aggiungerei, pericolosamente. Molti di loro, infatti, restano vittime di uno sbandamento psicologico. Proprio perché catapultati nella popolarità di colpo si ritrovano nell’anonimato. E c’è il rischio che qualcuno possa commettere degli atti stupidi…

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