TRA MASCHERINE E FAKE NEWS

uniti contro il Coronavirus
By Antonio Andreucci
Pubblicato il 30 Aprile 2020

Non solo mascherine. Questa brutta storia del Coronavirus/Covid-19 ci insegna tante cose. Alcune: avevamo perso il gusto per le cose semplici e la necessità, la paura, ce l’hanno fatto ritrovare; la solidarietà spesso arriva, o ti è negata, da chi non te lo aspetti; lo sciacallaggio è un’attività svolta non solo dagli individui, ma anche da qualche nazione; l’Italia quando è con l’acqua che le sfiora le labbra, sa reagire bene, anche meglio di chi solitamente si erge a maestro (e poi, la copia). Potremmo andare ancora avanti ad analizzare quante cose ci suggeriscono, ci hanno fatto scoprire o ci hanno insegnato questi pochi centimetri di stoffa, o tessuto-non tessuto, necessari per coprire narici e bocca. La mascherina, dunque, non è una medicina. Eppure aiuta tantissimo ad evitare il contagio, tanto da figurare tra le primissime cose che raccomandano i medici per cercare di contrastarlo. Costa da pochi centesimi a qualche euro (speculazione selvaggia a parte) e ce ne sono di diversi tipi. Una volta le indossavano solo medici e infermieri e, di altro tipo, qualche coscienzioso lavoratore di cantiere, oppure qualche turista asiatico che pensavamo fosse un po’ tocco. Purtroppo, da mesi dobbiamo indossarle, perché la pandemia si combatte anche in questo modo. Tanto piccole e leggere, eppure al centro di casi diplomatici non secondari per via degli intoppi che – per speculazione economica o politica – hanno bloccato decine di milioni di mascherine dirette all’Italia nei giorni più atroci dell’emergenza. C’è stato chi ha bloccato i carichi adducendo pretesti senza alcuna base giuridica o economica; chi ha usato questo espediente a fini politici. Il tutto, togliendo al paese di destinazione quelle mascherine che erano state ordinate e pagate, e necessarie come l’aria.

Alcuni paesi produttori ne hanno vietato l’esportazione, per crearne scorte interne in caso di necessità, Ma tra gli speculatori ci sono stati pure i grandi gruppi di investitori e malavitosi, che all’estero ne hanno fatto incetta presso le fabbriche. Funziona così, sia per le mascherine sia per molti altri prodotti, tra cui farmaci: broker senza scrupoli si presentano agli amministratori delle aziende medicali con valigette piene di denaro contante. Comprano la merce e poi vanno a venderla agli stati che offrono di più. L’Italia, secondo calcoli fatti dagli esperti, avrebbe bisogno di un centinaio di milioni al mese di mascherine, e non è in grado di produrle da sola. A dire il vero, nei momenti di estrema necessità, ci si è ingegnati anche a costruirsele in casa, cucendo due pezzi di cotone in mezzo ai quali si inserisce un filtro ricavato dalle buste di tessuto-non tessuto delle buste per la spesa. Ai lati si posizionano gli elastici ed il gioco è fatto. Ma questo rimedio va usato proprio se non si trova niente. I modelli più gettonati sono tre: 1) leggere e monouso, usate principalmente dai medici in sala operatoria, ma anche da chi, affetto da qualche patologia, le indossa per proteggere gli altri. La loro validità sta nel trattenere le particelle, di saliva o sudore, evitando che arrivino agli altri. In Italia il fabbisogno di questo tipo di mascherina è di 90 milioni al mese. 2) Mascherine FFP2, usate dal personale medico-sanitario. Filtrano l’aria respirata e inspirata (oltre il 92% delle particelle, secondo l’Oms) proteggendo chi le indossa dal virus. Se a usarle è una persona infetta, può contagiare gli altri. Il fabbisogno italiano è di 30-40 milioni di mascherine FFP2 al mese. 3) Le FFP3, più potenti delle precedenti perché hanno una capacità di “filtraggio” delle particelle uguale o superiore al 98%. Anche qui il fabbisogno è nell’ordine di qualche decina di milioni.

Le mascherine si producono in molti paesi, anche da noi, ma non a questi ritmi. E allora si sono riconvertite aziende di abbigliamento, tappezzeria, cartone. Quella della riconversione è stata una necessità che ha interessato diverse. Servono mascherine, guanti, berretti, occhiali, camici di protezione, negli ospedali prima di tutto, ma anche per i cittadini alla ricerca di gel disinfettanti. Così, il gruppo tessile spagnolo Inditex (tra i maggiori al mondo, tra i cui marchi figura anche Zara) e il francese LVMH (Louis Vuitton), ma anche piccole distillerie in Scozia, Irlanda, Usa si danno da fare per oggetti o per liquidi e gel disinfettanti. C’è carenza di ventilatori per le terapie intensive? Industrie automobilistiche come Rolls Royce, Ford e General Motors studiano come convertire le loro linee di produzione. Così come in Italia hanno fatto diverse aziende del gruppo FCA per dare una mano alla Siare Engineering, di Valsamoggia, una delle quattro al mondo nella produzione di ventilatori, che ha bloccato nei suoi magazzini 300 apparecchi pronti per andare in Asia, mettendoli a disposizione della Protezione civile (pagando le relative penali). Gesto encomiabile, al quale si contrappone, all’intervento del commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, che ha dovuto requisire a un’azienda della Lombardia (!!!) una partita di dosi, già pronte per l’invio all’estero, di un farmaco essenziale per mantenere sedati i pazienti finiti in terapia intensiva per Covid-19. Come se in quella regione non ve ne fosse stato bisogno.

Oltre a queste iniziative proprie di una vera e propria economia di guerra per far fronte a un’emergenza mondiale, ci si deve guardare anche dallo sciacallaggio che va dalle semplici mascherine, dal valore di pochi centesimi rivendute a una decina di euro, fino al traffico di medicine contraffatte (Europol ha supportato un’operazione a cui hanno partecipato 90 paesi, smantellando 37 gruppi criminali e chiudendo 2.500 link online). Comporta-menti assassini come quelli delle notizie false, non vere, allarmanti, che circolano sui social. Se per proteggere le vie respiratorie occorrono le mascherine (o mascarillas, come dicono i cugini spagnoli, i primi a copiare – riconoscendolo – i nostri provvedimenti), le fake news, si possono combattere solo attenendosi a quanto comunicano i canali ufficiali istituzionali. Il resto, meglio lasciarlo perdere. E qui siamo sempre alle mascherine: infatti circolano pericolosamente notizie sul loro riutilizzo. Attenzione però, perché non è così semplice come potrebbe sembrare, perché si tratta pur sempre di prodotti monouso. Un’indicazione potrebbe arrivare dallo Stabilimento Chimico Far-maceutico Militare di Firenze. Però, i chimici dell’Esercito chiariscono che si tratta di “una procedura ad uso interno, non ancora approvata” e dunque da non mettere in pratica a casa. Si tratta di una manovra, valida “solo ed esclusivamente nei casi in cui sia valutato applicabile il riutilizzo dei dispositivi di protezione individuale per la carenza dovuta all’emergenza sanitaria da Cornavirus”. Assosistema Confindustria ha chiesto all’Istituto superiore di sanità di concordare un processo sicuro per poterle riutilizzare. A oggi non esiste una procedura standard e accettata per disinfettare le mascherine chirurgiche e i filtranti facciali (FFP2- FFP3). Sul sito dell’International Medical Center di Beijing (Cina) si ipotizza che le mascherine potrebbero essere disinfettate se riscaldate per 30 minuti a temperature superiori 56 gradi Celsius. La singola sterilizzazione a calore secco – viene ipotizzato di portarle a 70 gradi Celsius per 30 minuti – sarebbe in grado di inattivare efficacemente il virus senza influire sulla funzione protettiva della maschera. Non è chiaro, tuttavia, se eseguire più volte la disinfezione influisca o meno sull’effetto protettivo. Comunque, in mancanza di indicazioni certificate, meglio non cimentarsi in operazioni temerarie: essendo prodotti monouso, si tratterebbe di procedure che potrebbero mettere a rischio la reale capacità filtrante o la forma del dispositivo o i suoi accessori (l’elastico, per esempio). Tuttavia, alcune aziende hanno iniziato a produrre mascherine in tessuto che hanno il vantaggio di essere riutilizzabili, in quanto lavabili almeno una decina di volte. Saranno quindi anche sostenibili per l’ambiente e meno dispendiose per il consumatore. E anche questa, prima o poi, ce la copieranno.

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