SOPRAVVISSUTI MA INFELICI

RAPPORTO CENSIS
By Antonio Andreucci
Pubblicato il 2 Febbraio 2014

IL CALO DEI CONSUMI IN ITALIA – SOSTIENE LO STUDIO – È SINTOMO DI UN PAESE SOTTO SFORZO, SMARRITO, PROFONDAMENTE FIACCATO DA UNA CRISI PERSISTENTE. NEL 2013 SU UN CAMPIONE DI 1.200 FAMIGLIE, IL 69% HA INDICATO UNA RIDUZIONE E UN PEGGIORAMENTO DELLA CAPACITÀ DI SPESA. E CRESCE ANCORA IL DIVARIO TRA NORD E SUD Si dice che gli italiani riescano a dare il meglio quando si trovano in situazioni critiche, estreme. Se davvero è così, ci attende un anno improntato all’ottimismo, di riscatto, perché quello descritto dal Censis nell’ultimo rapporto è davvero un paese giunto al capolinea. Sopravvissuto alla crisi, ma a prezzo di un malcontento, quasi un’infelicità, dovuta a un grande ampliamento delle disuguaglianze sociali. Un paese fiaccato e smarrito, che vede le sue migliori energie fuggire all’estero. E una società “sciapa”, senza fermento, disabituata al lavoro e con un diffuso immoralismo e una crescente evasione fiscale. Paradossalmente, quindi, dovremmo attenderci qualcosa di veramente buono, visto che proprio da questa situazione emergono già tre possibili risorse per la rinascita: le donne imprenditrici, l’iniziativa degli stranieri e la dinamicità dei giovani che studiano o lavorano oltralpe e da lì possono fornire il loro contributo al paese.

Il calo dei consumi in Italia – sostiene il Censis – è sintomo di “un paese sotto sforzo, smarrito, profondamente fiaccato da una crisi persistente”. Nel 2013 su un campione di 1.200 famiglie, il 69% ha indicato una riduzione e un peggioramento della capacità di spesa. Le spese delle famiglie sono tornate indietro di oltre dieci anni, e occorre: abbassare la pressione fiscale, incentivi ai consumi prontamente utilizzabili e di politiche del lavoro. Il 50 per cento dei nuclei familiari teme di non riuscire a mantenere il proprio tenore di vita e il 52% sente di avere difficoltà a preservare i propri risparmi. Più del 70% delle famiglie si sentirebbe in difficoltà se dovesse affrontare spese impreviste di una certa portata, come quelle mediche, il 24% ha qualche difficoltà a pagare tasse e tributi, il 23% le bollette.

L’anno lasciato alle spalle si è chiuso con la sensazione di una dilagante incertezza sul futuro del lavoro, dice il Censis: il 14% dei lavoratori teme di perdere il posto e sono quasi 6 milioni gli occupati che si trovano a fare i conti con situazioni di precarietà lavorativa, ai quali si aggiungono 4,3 milioni che non trovano un’occupazione. In questo quadro si inserisce il fenomeno dell’emigrazione, più che raddoppiata in 10 anni (da 50.000 a 106.000). Un milione e 130mila famiglie ha avuto nel 2013 almeno un componente all’estero per più di tre mesi. Si parte soprattutto per lavoro (72%) ma anche per studio o formazione (20,4%). Più della metà degli espatriati è stato spinto dalla convinzione di poter sviluppare un progetto di vita solo fuori dall’Italia, e il 54,9% denuncia l’assenza di meritocrazia nel nostro paese.

La crisi non ha risparmiato i distretti industriali: tra il 2009 e il 2012 in un campione di 56 distretti, il Censis ha stimato una flessione del numero di imprese pari al 3,8%. Si tratta di quasi 2.000 unità produttive uscite dal mercato. Tuttavia, a fronte di questo ridimensionamento strutturale, si registra una crescita sostenuta sui mercati esteri: nel 2013 le esportazioni di 150 distretti manifatturieri sono infatti cresciute del 3%. Ma a crescere è anche il divario nord-sud. Il Pil pro-capite nel mezzogiorno è di 17.957 euro, il 57% di quello del centro-nord, e inferiore ai livelli di Grecia e Spagna. Decresce il contributo del Sud alla ricchezza del paese: l’incidenza del Pil del mezzogiorno su quello nazionale è passata dal 24,3% al 23,4% nel periodo 2007-2012, frutto di una contrazione di 41 miliardi, il 36% dei 113 persi dall’Italia a causa della crisi.

Infine, emergono nel mondo dell’imprenditoria soggetti nuovi che si sono rimboccati le maniche mettendosi in proprio. È il caso delle donne e degli immigrati: le imprese “rosa” nell’ultimo anno sono aumentate di 5.000 uni-tà. E anche gli immigrati, di fronte alle difficoltà di trovare un lavoro dipendente, costretti a lavorare per rimanere in Italia, si assumono il rischio di aprire nuove imprese: nel 2012 erano stati 379.584 gli imprenditori nati all’estero che lavorano in Italia, un numero aumentato del 4,4% lo scorso anno. Proprio mentre le imprese degli italiani sono diminuite dell’1,8%. Allora, torniamo a essere ottimisti, perché come si vede, c’è spazio per tutti.

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