Campagna dell’Istituto grafologico “Moretti” che “analizzò” anche Mussolini
L’era digitale e la scrittura manuale si fronteggiano come Atene e Sparta, in un perenne conflitto per l’egemonia, con visioni antitetiche: da una parte i progressisti, dall’altra i conservatori. Trasferendo il tutto ai nostri tempi, a insorgere è il mondo degli “amanuensi”, scesi in trincea per difendere il segno grafico dagli assalti dei “digitalisti”. Non per un atto di tifoseria degli antidiluviani contro gli assertori del progresso, ma semplicemente per dare vigoria all’apprendimento, alla crescita armonica della persona e allo sviluppo delle facoltà cognitive e motorie, aspetti estranei al computer. Anzi, stando alle ricerche condotte negli Usa, adottare il corsivo nello scrivere sarebbe ancora più efficace, poiché significa costruire sequenze complesse, educando così al rapporto immagine-suono-movimento nell’attività psicomotoria.
A guidare la campagna in difesa dei “manualisti” è l’Istituto grafologico internazionale “padre Girolamo Moretti” di Urbino che, dal 1970, promuove le discipline grafologiche e svolge attività di consulenza sulle orme del fondatore, il frate francescano Girolamo Moretti (Recanati 1879 – Ancona 1963), considerato il caposcuola in Italia di questa disciplina. I suoi allievi sono impegnati a divulgare gli studi del maestro attraverso la ricerca, le pubblicazioni e l’organizzazione di convegni. Padre Fermino Giacometti, 81 anni, presidente dell’Istituto urbinate, si colloca sulle tesi degli americani, confermando che “nell’agire di penna il soggetto viene stimolato a una capacità di organizzazione complessa che non si ritrova nella scrittura su tastiera, la quale induce a movimenti semplificati e tra loro isolati”.
Nei suoi studi sulla grafologia, che Moretti ha approfondito per 58 anni della sua vita, lo studioso si è distinto per aver sviluppato una concezione unitaria della persona. Intuì che l’aspetto psicosomatico non è scindibile da quello dinamico e che il corpo è una componente della personalità. In pratica, l’aspetto dinamico – di cui la grafia fa parte – rivela quello psichico. “Lo studio grafologico – precisa padre Fermino – non è standardizzabile: è un’indagine idiografica. Lo stesso tratto grafico, combinando diversamente pressione, curvatura delle linee e ritmo del movimento, configura tratti personali differenti. Per valutarli, Moretti ha individuato 82 indici che vanno correlati tra loro”.
L’approfondimento della tecnica che insegna a riconoscere l’indole e il carattere di una persona dal modo in cui scrive contribuisce — a parere degli allievi — a far luce anche su alcuni fattori della neuropsicologia, studiando la relazione tra cervello, processi cognitivi e comportamento. Al riguardo, padre Fermino racconta come andò con Benito Mussolini, capo del governo, quando a Moretti venne chiesta un’analisi sulla grafia del Duce. Lo studioso scrisse: “Intelligente ma emotivo, per cui, in condizioni di stress, è condizionato dalla paura”. Sebbene mostrasse indifferenza, Mussolini non gradì e fece pervenire a Padre Girolamo un appunto con una grafia alterata. Di rimando, il frate replicò: “Dite a Sua Eccellenza che in questa scrittura la paura emerge anche meglio”.
Nella campagna per il “diritto di scrivere a mano” è stato citato, tra gli altri, il neuropsichiatra e scrittore tedesco Manfred Spitzer, secondo il quale “i media digitali creano dipendenza, danneggiano la memoria, diminuiscono l’impegno mentale e, per questo, sono del tutto inadatti a favorire l’apprendimento scolastico”.
