RIPORTARE LE PRODUZIONI IN ABRUZZO SI PUÒ

DELOCALIZZARE IN…ITALIA
By Fabrizio Quarchioni
Pubblicato il 4 Settembre 2014

SICURAMENTE OCCORRE PROVARCI E LA NOSTRA REGIONE POTREBBE SVOLGERE UN RUOLO SIGNIFICATIVO AVENDO INFRASTRUTTURE IMPORTANTI DA RIMETTERE IN GIOCO La recente presa di posizione del presidente di Confindustria, che ha dichiarato di voler mandare via dalla propria organizzazione le imprese che delocalizzano le produzioni industriali all’estero, oltre che un valore simbolico di notevole importanza, rappresenta, in un certo senso, un’assunzione di responsabilità rilevante da parte del mondo economico circa le ripercussioni della crisi finanziaria sull’economia reale del nostro paese nel corso di questi ultimi anni. Uno dei fattori che rallenta il potenziale di rinascita dei nostri territori è proprio la desertificazione industriale subita a causa della delocalizzazione delle lavorazioni che sono state portate altrove per ampliare i margini di guadagno, utilizzando manodopera a basso costo, ma mantenendo, spesso, l’etichetta made in Italy e un alto prezzo di vendita al dettaglio. Ma, invertire la tendenza si può? Sicuramente occorre provarci e in questo il nostro Abruzzo potrebbe svolgere un ruolo importante avendo delle infrastrutture importanti da rimettere in gioco. Gli ultimi dati mostrano che un certo numero di imprese italiane stanno riportando il lavoro da noi, ma si potrebbe anche pensare a rendere alcune aree del nostro paese appetibili per realizzare una specie di delocalizzazione interna alla nostra penisola. Ecco i punti salienti per poter pensare di fare questo:

• Imposte meno onerose: le nuove imprese potrebbero ricevere e usufruire di agevolazioni particolari che variano da zona a zona;

• Burocrazia efficiente: un funzionario pubblico dovrebbe seguire passo passo la nascita e l’insediamento delle nuove imprese, agevolando – attraverso uno sportello unico – il disbrigo di tutte le pratiche necessarie. A volte bastano pochi giorni per ottenere documenti e permessi per i quali in genere sono necessari mesi e mesi di attesa;

• Disponibilità di manodopera: nessuna difficoltà a reperire operai specializzati, soprattutto dopo che tante maestranze che sono state espulse dal mercato del lavoro negli ultimi anni;

• Consulenza sulle condizioni quadro e i punti di forza del territorio in relazione al distretto industriale specifico;

• Incentivi pubblici per investimenti innovativi nel settore industriale e del terziario avanzato e sull’assunzione del personale. In particolare, contributi a fondo perduto fino al 25% sugli investimenti innovativi, risarcimento degli oneri sociali a carico dell’azienda per due anni per ogni nuovo posto di lavoro creato per personale residente, contributi per progetti di ricerca e sviluppo tramite centri di ricerca accreditati, contributi alla partecipazione a fiere specialistiche, contributi nell’ambito dell’internazionalizzazione dei prodotti, sistema di riduzione dei costi dell’energia.

Si tratta sostanzialmente di introdurre dei contratti di insediamento volti a vincolare la concessione di finanziamenti pubblici all’impegno delle imprese in favore dell’occupazione stabile e di qualità e a evitare la speculazione sulle aree industriali. Ciò potrebbe determinare in tempi relativamente brevi una importante inversione di tendenza, ricreando le condizioni per tornare ad avere fiducia nel sistema economico locale e nazionale. In tale ottica, sarebbe molto importante stabilire vincoli e impegni precisi per le imprese che ricevono soldi pubblici, prevedendo un sistema sanzionatorio che imponga la restituzione dei finanziamenti ricevuti dalle aziende che delocalizzano, anche allo scopo di ripristinare un regime leale e reale di libera concorrenza.

Inoltre, tutto ciò potrebbe consentire di avviare un processo di stabilizzazione dei rapporti di lavoro in un arco di tempo predeterminato impegnando lo stesse imprese a non delocalizzare per un considerevole numero di anni.

fquarch@tin.it

 

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