QUELLA SERA DI UN ANNO FA

L’ELEZIONE DI PAPA BERGOGLIO
By Gianni Di Santo
Pubblicato il 31 Marzo 2014

FRANCESCO, OGGI, TOCCA I NOSTRI CUORI. OLTRE I NOMI, LO IOR, LA BUROCRAZIA, I CONSERVATORI, I TRADIZIONALISTI, OLTRE TUTTI QUELLI CHE HANNO FATTO SCIVOLARE LA CHIESA NEL BARATRO DELLA RELIGIONE CIVILE E LUNGO I SENTIERI INOSSIDABILI DELLA DIFESA DEI VALORI NON NEGOZIABILI. CON LUI IL VANGELO SI È SDOGANATO DALLE MURA DEL TEMPIO E HA INIZIATO UN NUOVO CAMMINO DI UMANITÀ Quella sera del 13 marzo di un anno fa ero anche io in piazza San Pietro. Pioveva dalla mattina, e faceva freddo. Scelsi di stare tra la folla di fedeli e semplici curiosi che già riempivano il colonnato, piuttosto che tra il caldo e l’amicizia dei colleghi in sala stampa. Sentivo che qualcosa stava per accadere alla sposa del Cristo, qualcosa di nuovo, di incredibile. Troppi scandali aveva sopportato la chiesa negli ultimi tempi, il Vatileaks, i preti pedofili, e un Benedetto XVI esposto all’ingovernabilità della barca di Pietro, fino al profetico gesto delle dimissioni.

Così, quando venne la fumata bianca, mi misi a guardare la finestra della loggia centrale, quella dalla quale si pronuncia l’habemus papam, con la certezza di assistere a un evento storico, e non era certo la prima volta che seguivo l’elezione di un nuovo papa. Ricordo ogni volto, ogni sorriso, perfino il pianto della gente. Ricordo le preghiera per le strade di Roma, i volti tesi, gli abbracci, la grande bellezza di un evento mediatico, certo, ma anche la certezza che il soffio dello Spirito vagava lì, in una piazza brulicante di gente, in attesa di posarsi sul successore di Pietro.

C’era un silenzio strano. Quando il protodiacono, il francese Jean-Louis Tauran, lesse la formula di rito, l’habemus papam, e disse: «Eminentissimum ac reverendissimum, dominum Georgius Marius, sanctae romanae ecclesiae cardinalem Bergoglio, qui sibi nomen imposuit Francescus», il silenzio si prese la piazza. Soprattutto quando Francesco parlò per la prima volta, e chiese di pregare per lui. Un silenzio assordante, non si sentiva un cellulare, perfino le automobili smisero di far rumore nel traffico impazzito di Roma. La gente non capiva. Chi è Bergoglio, chiedeva? È un italiano? Cercai subito di rassicurare i vicini. Ma dentro di me fremevo, ero quasi sconvolto da una notizia che per me rappresentava la buona notizia, il fatto che la chiesa era viva, che il vangelo ancora oggi poteva incamminarsi per le strade del mondo.

Ripensai al maestro scomparso da poco, il cardinale Carlo Maria Martini, e al fatto che proprio lui cercò di far eleggere sette anni prima lo stesso Bergoglio come papa, salvo poi dirottare i voti dei progressisti sul conservatore Ratzinger, per paura che i voti premiassero altri personaggi di curia più discutibili. Pensai a lui: chissà come si sentiva, oggi, in cielo. E poi quel nome: Francesco. Che altro c’era da aggiungere?

Troppo chiaro quel nome, troppo forte. Troppo evangelico. Scoppiavo di felicità. In quel nome c’era già tutto: il futuro papa Francesco, anzi vescovo Francesco, si presentava al mondo con un nome che incarnava il vangelo più sobrio, più povero, più misericordioso, più tenero, più amico dell’altro.

Non mi sbagliai con Bergoglio. I giorni a seguire furono così i giorni dello Spirito. Le omelie di Santa Marta, la lavanda dei piedi a una donna musulmana e carcerata, l’abbraccio ai migranti sbarcati a Lampedusa, la riforma dello Ior, la riforma della curia, i nuovi cardinali fuori dai soliti giri e dalle solite poltrone, i vescovi scelti come umili servitori del proprio popolo, le randellate ai fratelli preti.

Il sorriso di Francesco spiazza fedeli e non credenti. Il suo non è buonismo di facciata. Semmai è misericordia, tenerezza dell’abbraccio con Dio. Bergoglio è un gesuita. Ascolta tutti, poi decide. Ha una formazione severa, sebbene il suo animo latino-americano, allegro per natura, si è allenato alle dittature dei militari nell’America Latina martoriata dalla povertà e repressa nell’uso dei diritti più fondamentali. Ha conosciuto la teologia della liberazione, ne è stato anche l’artefice, sa cosa significa fare il prete quando per il popolo non c’è cibo, né acqua, e quando la democrazia è una parola ormai dimenticata.

Con il tempo mi sono fatto l’idea che papa Francesco raggiunga ciascuno dei fedeli e dei più lontani a modo suo. Come è giusto che sia. Ognuno sa coglierne aspetti particolari, ognuno crede che Francesco faccia una determinata cosa o un’altra perché ha da sistemare la chiesa, oppure perché crede in un nuovo annuncio missionario.

Parlando con alcun monaci, mi sono fatto l’idea che Francesco sia davvero un uomo di Dio. Che abbiamo avuto fortuna nell’incontrarlo nella nostra vita. Un uomo di Dio che sta cambiando la sua chiesa e che la sta portando, nemmeno troppo lentamente, sulla strada degli uomini liberi e innamorati di un Dio che salva con il sorriso.

Pensando a Francesco, non posso, oggi, non dire che parole come misericordia e tenerezza da tempo non frequentavano il lessico della teologia, almeno quella abituata ai convegni e ai documenti ufficiali. Da quel 13 marzo di un anno fa, il vangelo si è sdoganato dalle mura del tempio e ha iniziato un nuovo cammino di umanità.

Sì, ha messo di nuovo in discussione i termini di una fede annunciata e forse, nel tempo, poco praticata, ci ha costretto a un atto di sottomissione rispetto a una novità pastorale così elettrizzante, ci ha fatto guardare dentro l’anima.

Al di là di quello che sta suscitando la novità Francesco, sia nella pastorale che nella teologia, Francesco, oggi, tocca i nostri cuori. Oltre i nomi, lo Ior, la burocrazia, i conservatori, i tradizionalisti, oltre tutti quelli che hanno fatto scivolare la chiesa nel baratro della religione civile e lungo i sentieri inossidabili della difesa dei valori non negoziabili.

Con Francesco non c’è nulla di tutto ciò. Lui, il papa, il vescovo di Roma, dà credito al vangelo dell’uomo. Per alcuni è una iattura. Per me, semplice cristiano, è più di un segno. È lo Spirito che batte forte sulle porte della storia.

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