QUANDO L’AMARO IN BOCCA È UN PIACERE

By Gloria Danesi
Pubblicato il 4 Settembre 2014

IL LIQUORE A BASE DI GENZIANA – DI MEDIA GRADAZIONE ALCOLICA – È UN PRODOTTO TRADIZIONALE TIPICO DELL’AREA MONTANA. I GLUCOSIDI CONTENUTI NELLA RADICE LA RENDONO UN OTTIMO TONICO AMARO, APERITIVO, DEPURATIVO E ANTIREUMATICO E, QUINDI, IN FITOTERAPIA VIENE IMPIEGATA IN PRESENZA DI AFFATICAMENTO GENERALE, INAPPETENZA, DISPEPSIE, ANEMIE, INSUFFICIENZA EPATICA, GOTTA E PARASSITI INTESTINALI  Digerire anche i sassi? È possibile, basta un dito di genziana. Un fiore giallo che fa il solletico alle bianche nubi che passano veloci sui monti delle Alpi e degli Appennini. Una pianta che punta dritto al cielo grazie a “radici profonde che non gelano mai”. Radici forti e preziose che – se messe a macerare nel vino o nell’alcol – sono capaci con sommo piacere per il palato di far digerire pranzi e cene ai crapuloni di ogni genere. Poche gocce aiutano lo stomaco ed evitano ingorghi al fegato; al contrario, dosi elevate ostacolano la digestione e possono provocare vomito.

Il liquore a base di genziana – di media gradazione alcolica – è un prodotto tradizionale tipico dell’area montana abruzzese. Si presenta con un colore paglierino intenso, di sapore e profumo deciso, viene ottenuto per infusione a freddo delle radici di genziana lutea in alcol puro (95%) per almeno 40 giorni. Dopo la filtrazione il prodotto ottenuto viene diluito con acqua zuccherata allo scopo di ottenere una gradazione alcolica intorno al 30%. Le radici, di almeno 5 anni, vanno raccolte in autunno o primavera, essiccate al sole e conservate in contenitori di vetro o porcellana. È una pianta che non fiorisce nei primi anni di vita, ama i terreni calcari posti tra i 1000 e 2000 metri ed è in grado di raggiungere anche cinquant’anni di età. Nel passato era uso produrre piccole quantità di vino aromatizzato con radici di genziana da usare come digestivo, successivamente si è passati all’utilizzo della soluzione idroalcolica che consente una estrazione maggiore dei principi attivi e ne migliora il gusto.

Oggigiorno è possibile reperire sul mercato prodotti che derivano dalla tradizione erboristica e liquoristica abruzzese, le antiche ricette familiari sono state modificate al fine di ottenere prodotti di elevata qualità. A tal proposito nei primi anni 50 Guido Piovene, in Viaggio in Italia, nel capitolo riservato all’Abruzzo scrive: “Si distilla a Pescara composto soprattutto di tre elementi, che sono, salvo errore, il the, il mandarino e il rum uno dei pochi liquori italiani, l’Aurum. L’Abruzzo è terra di erboristi, per tradizione popolare e per tradizione dotta; e D’Annunzio non è passato invano. L’ingegner Pomilio, che ha quella bellissima industria, seduto con me a tavola di fronte a un fritto di scampi, paragona gli aromi a una sinfonia musicale della natura; rivendica per l’Italia la supremazia dei liquori: usa argomenti tecnici, poetici e dotti”. Poco più avanti lo scrittore aggiunge: “Vagando tra Sulmona e L’Aquila, a Tocco da Casauria ci si imbatterà nella fabbrica in cui si produce con vecchi metodi familiari il più potente e più violento liquore italiano, il Centerbe”.

Va ricordato che la genziana è una pianta protetta dalla legge regionale n° 45 dell’11.09.1979 e può essere raccolta previo autorizzazione da parte degli ispettorati dipartimentali delle foreste solo “per scopi scientifici, didattici, medicamentosi ed erboristici, mediante rilascio di licenze temporanee contenenti l’indicazione della località ove è consentita la raccolta”.

I glucosidi contenuti nella radice la rendono un ottimo tonico amaro, aperitivo, depurativo e antireumatico e, quindi, in fitoterapia viene impiegata in presenza di affaticamento generale, inappetenza, dispepsie, anemie, insufficienza epatica, gotta e parassiti intestinali. Conosciuta da Discoride e da Plinio, entra nel 1929 nella farmacopea italiana.

La genziana (dal latino gentiana, derivante dal nome del re illirico Genzio), è una grande famiglia, dai fiori gialli o azzurri, tra le varietà più importanti: lutea, Koch e crocetta. Ed è proprio quest’ultima quella legata a san Ladislao, re di Ungheria, Polonia e Croazia, coraggioso e caritatevole. Si racconta che al dilagare della peste, attraverso fervide preghiere, ottenne che qualunque pianta colpita da una freccia da lui stesso lanciata verso l’alto, tagliandola, divenisse rimedio contro quell’epidemia; si narra che il dardo cadde sulla genziana.

Se ha avuto la meglio su un tale morbo non è certo difficile, per questa benedetta pianta, aiutare a metabolizzare un lauto pasto.

 

 

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