Quando la legge dimentica l’umanità

Ci risiamo. L’Italia, purtroppo, è un Paese che si racconta per contrasti. Storicamente è così: guelfi o ghibellini, monarchia o repubblica, Bartali o Coppi, Totò o Peppino, Inter o Milan, Juventus o anti-Juve, democristiani o comunisti. E si potrebbe continuare con esempi recenti (fascisti o antifascisti) o riattualizzati (Borboni o Savoia). Insomma, in fondo in fondo l’Italia non sembra proprio adatta a riconoscersi nel dialogo. Piuttosto nello scontro.

Non fa eccezione la vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”: una coppia anglo-australiana che viveva in una casa isolata nei boschi di Palmoli (Chieti), seguendo uno stile di vita neorurale. Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila aveva disposto l’allontanamento dei tre bambini – una bambina di 8 anni e due gemelli di 6 – dai loro genitori, collocandoli in una casa famiglia a Vasto e sospendendo temporaneamente la responsabilità genitoriale. Mentre scriviamo, la vicenda è ancora in corso e non si intravede un epilogo. Anche in questo caso l’opinione pubblica, rappresentata prevalentemente dai mezzi di comunicazione (giornali, TV, social) e dalla politica, ne ha fatto la storia di uno Stato cattivo contro una famiglia che aveva scelto un modo alternativo di vita. O da una parte o dall’altra. Nessuna sfumatura di grigio.

E noi (meglio: chi scrive) da che parte stiamo? Dalla parte dello Stato che, come misura estrema – irricevibile sul piano umano ma adottata nell’interesse superiore del minore – ha strappato affettivamente dei bambini ai loro genitori? Oppure dalla parte della famiglia, che crede in un modo diverso di vivere, fondato sull’autosufficienza e sul rifiuto di un modello educativo convenzionale (la scuola)? No. Le posizioni ispirate al manicheismo rappresentano visioni superficiali degli avvenimenti umani in senso lato. Il semplicismo è nemico della comprensione. E quando non si comprende, non si riescono a trovare soluzioni che possano in qualche modo coniugare la dimensione umana e affettiva con le esigenze della norma. E “la casa nel bosco” è stata, in qualche modo, il modello ideale di questa mancata comprensione del fenomeno. Quando una vicenda così delicata diventa slogan, quando le tifoserie entrano in campo, quando il dolore viene usato come argomento, allora tutto diventa poco dignitoso.

Cosa ci voleva per rendere dignitosa questa storia? Siamo convinti che una strada diversa si potesse percorrere. La sottrazione di minori è una misura drammatica e traumatica. Non è solo un atto giuridico: è uno strappo affettivo che segna l’evoluzione psicologica di questi bambini. Lo Stato avrebbe dovuto adottare questa decisione solo quando ogni altra strada fosse stata percorsa inutilmente. Troppa fretta. Qualcuno ha voluto esercitare con la forza il proprio potere, rinunciando al suo ruolo educativo. Alla fine, questa vicenda non fa che porre una domanda: se si voleva proteggere questi bambini, significava per forza allontanarli? Oppure si potevano adottare misure che avessero reso possibile restare con la famiglia? Le leggi, d’accordo. Ma la tutela dei bambini non si misura solo con le leggi, bensì anche con le ferite che si riesce a evitare. Insomma, il modello educativo che questi genitori hanno voluto adottare per i loro figli sa di arcaico, non c’è dubbio. Ma la loro tutela – quella dei bambini – non può trasformarsi in una vittoria procedurale. C’è la variabile umana, che è assolutamente indipendente da tutto, anche dalla legge.

L'ECO di San Gabriele
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