Il mistero di Gesù che si lascia giudicare
Il processo a Gesù è rivelazione incarnata. Il Figlio dell’uomo, innocente e silenzioso, viene condannato da poteri che non cercano verità, ma conferme. La sua libertà destabilizza: non infrange la legge, la compie; guarisce nel sabato, chiama Dio “Abbà”, infrangendo il timore sacrale. In una religione che custodisce il Nome nel silenzio, lo pronuncia con affetto figliale.
Il potere religioso reagisce con paura: non tollera ciò che non può dominare. La Verità che non si difende è vista come minaccia. Così, invece di essere accolta, viene processata. Il processo umano è una farsa: si svolge di notte, con testimoni discordanti e un verdetto già deciso. Pilato dichiara: “Non trovo in lui colpa alcuna” (Gv 18,38), ma lo consegna lo stesso. Gesù è trascinato verso il Golgota.
Sul piano teologico, il processo è necessario: è il luogo in cui si rivela la missione del Figlio. Non evita il dolore, lo attraversa; non respinge il male, lo assorbe con amore. Von Balthasar scrive: “Cristo non è vittima degli uomini. È protagonista del dono.” La Passione è kenosi: svuotamento radicale per restare fedele al Padre. Davanti al Sinedrio, Gesù risponde: “Io lo sono” (Mc 14,62), richiamando il Nome rivelato a Mosè (Es 3,14). Non rivendica un titolo: manifesta la sua comunione con Dio.
Per i capi religiosi, Gesù è intollerabile: non per arroganza, ma per paura. Il loro Dio è distante; quello di Gesù è vicino, compassionevole, scomodo. Origene scrive: solo occhi puri riconoscono il volto di Dio in Cristo.
Il processo politico cambia l’accusa: da blasfemia a sedizione. Pilato lo interroga: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Pur comprendendo, propone lo scambio con Barabba. Il popolo grida: “Crocifiggilo!” Pilato si lava le mani (Mt 27,24), ma non si libera. Sant’Agostino avverte: chi rinuncia alla verità sceglie l’ingiustizia.
Gesù tace. Non si difende. San Giovanni della Croce vede in questo il linguaggio della libertà: Dio tace, perché l’uomo possa scegliere. Von Balthasar parla di kenosi: Dio si ritira per lasciare spazio alla libertà, anche al rifiuto. È l’Amore che non forza, ma attende.
La condanna arriva: croce. Non come giusta pena, ma come estromissione. La croce, morte di schiavi e ribelli, diventa il luogo dove l’Amore assorbe il rifiuto. Gesù non resiste. Ma nel momento estremo pronuncia: “È compiuto” (Gv 19,30). Non fine, ma compimento. San Paolo scrive: “Dio lo trattò da peccato per noi, affinché diventassimo giustizia” (2 Cor 5,21). La croce non risponde al processo: lo trasforma. Dove l’uomo respinge, Dio accoglie. Dove il potere esclude, l’Amore abbraccia.
Quel processo non è concluso. Ogni volta che escludiamo chi non ci rassicura, rifiutiamo chi non si difende, zittiamo l’amore silenzioso, ricominciamo a processare Cristo. La Verità è ancora davanti a noi. Non forza, non grida. Dice: “Tu lo dici” (Lc 22,70). La scelta non è tra religione e politica. È tra paura e amore.
