Pasqua difficile in tempo di conflitti e di paura. Disagio tra bisogno di parlarne e mancanza di parole. Parla sempre la PAROLA, incarnata e vivente, anche dove domina la morte
In tempi di grandi preoccupazioni, sofferenze e lutti non si ha voglia di fare festa. Ma Pasqua è festa per tutti, anche se per motivi diversi. Per i cristiani il motivo è la fede nella risurrezione di Gesù Cristo, a cui è collegata la nostra risurrezione, anche se la fede può entrare in crisi in situazioni come queste.
Corrono giorni funesti, gravidi di distruzioni in atto e in vista. Massacri di gente colpevole, ma soprattutto di civili innocenti e indifesi. Invasioni di nazioni, genocidi di popoli, stragi di bambini per decisione di potenti per i quali non valgono né le leggi internazionali né l’osservanza dei patti. La situazione è davanti a tutti, in diretta permanente. Tra le conseguenze economiche e psicologiche, ogni tanto assale la paura, perché l’irreparabile sembra imminente.
Sentiamo il bisogno di parlarne, ma non troviamo parole che diano coraggio. Torna in mente la reazione del commentatore austriaco Karl Kraus, il quale, alla fine della Prima guerra mondiale, si arrabbiò perché alla gente non si fosse paralizzata la lingua. E scrisse: “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”. Ma per continuare a vivere abbiamo bisogno di ragioni e relazioni, anche parlando e valutando, attingendo ciascuno alle fonti da cui si nutre. Tra le tante a disposizione, la fede cristiana è una sorgente che vale ancora. Non come concetto astratto, ma come energia innervata nella vita.
Alle parole che mancano soccorre la Parola di Dio, che esiste non solo parlata ma anche incarnata; non solo nel corpo umano assunto nella sua persona di Figlio, ma anche misticamente nella nostra carne, in qualunque condizione si trovi. Quindi è suo anche il corpo degli uomini e delle donne straziati nel crollo dei palazzi, delle scuole, degli ospedali, delle chiese, dei supermercati, o bruciati nello scoppio delle bombe. Anch’essi sono membra del corpo di Cristo, il quale in essi è sofferente e morente, ma anche risorto, e come tale vivente anche nei morti. È presente anche nei sopravvissuti, feriti, sfollati, espropriati e cacciati di casa. E in noi che, anche se non ancora travolti, ne subiamo le conseguenze. È presente anche nei responsabili dei conflitti, che, avendo ucciso in sé il senso di umanità, hanno ucciso anche lui, che però li attende risorto.
Allora cerchiamo di evitare la solita domanda che, in fondo, suona solo come uno sforzo di evasione: dov’è Dio, se davvero ci ama? È con ogni essere umano che sembra solo e abbandonato. Perché non interviene? Interviene restando dentro le nostre condizioni. Non liberandoci dal dolore e dalla morte, ma sostenendoci nel dolore e nella morte, offrendo alla nostra mente e al nostro cuore la scintilla che può disporci all’accettazione nell’amore. È con noi, non c’è dubbio, com’era nelle camere a gas e nelle forche della Shoah. Perciò, così come anche il Venerdì Santo è celebrazione pasquale, anche nei giorni di angoscia possiamo vivere la Pasqua.
