La Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo è un’occasione per mettere in evidenza le diseguaglianze a sfavore delle donne che persistono ancora nel nostro Paese. Rimedio: l’educazione, cominciando dalla famiglia e poi scuola e media
In Italia uomini e donne hanno formalmente pari diritti: Costituzione e leggi sono chiare, ma l’uguaglianza giuridica non sempre coincide con quella reale. C’è ancora tanto cammino da fare, come ci ricorda l’8 marzo con la festa delle mimose, la Giornata Internazionale della Donna.
Persistono infatti diseguaglianze figlie di una cultura ancora pigra. Grave è il fenomeno dei femminicidi – in media uno ogni tre giorni – che avvengono per lo più in ambito familiare, spesso su vittime già oggetto di violenze pregresse. Preoccupa che questa violenza contamini anche gli adolescenti, segno di una cultura tradizionale interiorizzata ancora troppo diffusa.
Questi condizionamenti si manifestano anche nel divario retributivo. Persino le laureate percepiscono buste paga inferiori a quelle dei colleghi, nonostante siano più brave e preparate e numerose anche nelle discipline scientifiche, un tempo ritenute appannaggio maschile. L’Italia resta il fanalino di coda per occupazione femminile in Europa: conciliare lavoro e famiglia è difficile per la carenza di asili nido e servizi e costringono molte donne ad abbandonare la carriera. C’è un una cronica sotto-rappresentanza delle donne nei ruoli decisionali. Aumentano le chiamate al numero antiviolenza 1522, crescono le violenze online.
L’uguaglianza formale, dunque, non basta. Per ridurre la distanza tra teoria e prassi la risposta è l’educazione, a partire dalla famiglia. La violenza contro le donne non è innata, nasce da modelli culturali assimilati da piccoli, da battute che normalizzano la disparità e da ruoli rigidi che assegnano all’uomo il potere e alla donna la cura. Il bambino assorbe i comportamenti ancor più delle parole.
La violenza di genere scaturisce da una cultura che per secoli ha considerato inferiore la donna, mascherando il controllo come protezione e la dipendenza economica come tradizione. Gioca un ruolo cruciale la scuola, che deve educare al rispetto e contrastare il linguaggio sessista. Anche i media non sono sempre all’altezza dei loro compiti educativi.
Sono indubbi i passi in avanti compiuti dalla Chiesa nella promozione della dignità della donna, peraltro radicata nel Vangelo. Oggi, in compiti non legati al sacerdozio, in Vaticano operano sempre più donne anche a livello apicale. San Giovanni Paolo II lodava il “genio femminile” per celebrare capacità quali l’accoglienza, la sensibilità e la custodia della vita, qualità legate soprattutto alla maternità che una cultura gender considera una “gabbia” per la donna. Difendere la maternità non significa limitare il ruolo della donna ma proteggere il santuario della vita e della cura in un sistema egoistico che spesso conosce solo il prezzo delle cose, non il valore del dono.
