Il comandamento ha un significato paradigmatico perché difende il valore morale fondamentale senza il quale ogni altro valore, e nemmeno il senso della vita umana, può essere realizzato: il rispetto della vita innocente e la sua promozione in una comunità solidale.
Nella fede, la motivazione della proibizione di uccidere volontariamente una persona innocente è la relazione personale dell’uomo con Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. La conseguenza etica di questo rapporto singolare si legge nella storia di Noè: “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché l’uomo è stato fatto a immagine di Dio” (Gn 9,6).
Alla luce del discorso di Gesù con il giovane ricco, non è sufficiente che un cristiano non trasgredisca i precetti, ma bisogna realizzarli nel bene: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo” (Mt 19,16). Come si può fare di più rispetto al rigoroso rispetto della proibizione lapidaria: “Non uccidere”?
La tradizione cristiana ha approfondito il significato dei comandamenti. Ne portiamo due esempi. Il primo è la progressiva limitazione della possibilità della pena di morte fino al suo divieto riportato nella nuova redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ultimamente sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini e non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. “Pertanto, la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona” (CCC 2267). L’altro esempio promettente è l’adozione o l’affido auspicati anche da papa Francesco.
