Non bramerai la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Dt 5,21).
La seconda tavola del Decalogo elenca gli obblighi verso l’altro; gli ultimi due precetti presentano una particolarità, poiché l’oggetto esplicito non è un atto esteriore, ma il desiderio disordinato, la bramosia di possedere persone o cose. Il rapporto autentico con Dio presuppone un cuore puro, come ricorda la sesta beatitudine: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Questa relazione d’amore esclude le radici più profonde del peccato. Gli ultimi due comandamenti rimandano così ai primi tre, conferendo al Decalogo una struttura concentrica.
“Il decimo comandamento sdoppia e completa il nono, che verte sulla concupiscenza della carne. Il decimo proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal settimo comandamento. (…) Il decimo comandamento riguarda l’intenzione del cuore; insieme al nono, riassume tutti i precetti della Legge” (CCC 2534).
Occorre dunque purificare il cuore, centro dell’interiorità della persona, dove l’uomo incontra Dio. Nella parabola dei discepoli di Emmaus, Gesù rimprovera il loro «cuore lento» (cf. Lc 24,25) ed essi stessi ricordano con gioia l’incontro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via?” (Lc 24,32). Papa Francesco richiama questo brano nell’enciclica Dilexit nos al n. 4. Lo stesso documento contrappone i consumatori seriali dei nostri tempi e gli impazienti di ascoltare il proprio cuore al Cuore di Cristo, che è uscita, dono e incontro. Se il nostro cuore si unisce al suo, sarà capace di costruire comunità solidali e di realizzare un “miracolo sociale” (cf. Dilexit nos, 9 e 28). Il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, simbolo dell’amore divino e umano di Cristo per l’umanità.
