NÉ VANTO NÉ VERGOGNA, MA…

l'opinione
By Gabriele Cingolani
Pubblicato il 2 Febbraio 2014

Né vanto della laicità né vergogna della fede, ma gioia del vangelo, come papa Francesco esorta e san Gabriele sperimentò e ricorda al mondo da oltre un secolo

In Europa e in Italia la cultura della laicità vanta la conquista di sempre nuovi spazi. Si plaude a una nuova vittoria della laicità ogni volta che si riesce a eliminare un crocifisso dall’aula giudiziaria o scolastica, oppure a impedire un presepio nel negozio o alla stazione ferroviaria. Si avverte su questo tema un continuo intervenire di giudici e legislatori. Si rincorrono leggi, sentenze e progetti volti a eliminare simboli religiosi e parole che esprimono valori radicati per secoli nelle culture dei popoli, e vietare l’obiezione di coscienza a chi non vuole assumervi compromessi, come ai sindaci che rifiutano di celebrare matrimoni gay. Il nostro ministero per le pari opportunità vuole vietare ai giornalisti di sostenere che i bambini abbiano bisogno di un padre e una madre, e avverte di usare terminologie “politicamente corrette” circa le nozze omosessuali, la questione di genere e le maternità surrogate. In Francia un padre di sei figli è stato arrestato per una maglietta col logo di papà e mamma e due bambini.

Si accusa la chiesa di intromissione quando annuncia i suoi valori senza imporli, e nessuno reagisce a questi signori che impongono senza annunciare, cioè senza motivazioni storicamente fondate e socialmente condivise. È questo l’essere umano voluto dal creatore, o l’uomo di cui Dio si è fatto uomo?

D’altra parte i credenti, che pure rispettano la laicità altrui e difendono la propria, talvolta sono esitanti sulla loro fede. Se non arrivano a vergognarsene, si sentono imbarazzati dinanzi all’aggressività laicista, che in pratica significa anticristiana, anticlericale e anti chiesa cattolica. Paolo apostolo dichiarava ai romani del suo tempo: Io non mi vergogno del vangelo. I credenti non si vantano del vangelo o della propria fede. Casomai ci vantiamo nelle tribolazioni che si devono affrontare per vivere la fede, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza, che non delude.

La fede è un dono gratuito, non una conquista culturale, anche se permea la nostra cultura. Possiamo solo ringraziarne Dio magnificando il suo nome, come fece Maria la madre del Signore, che per prima si trovò stracolma di questa benevolenza divina. Ispirandosi a lei, san Gabriele ha costruito una santità di gioia e di sorriso alla vita.

Papa Francesco ha inviato ai cristiani un’esortazione sulla Gioia del vangelo, per dire che dobbiamo essere entusiasti della nostra fede, viverla nella gioia e senza complessi di inferiorità. Veramente, più che un’esortazione pare uno spintone piuttosto energico, con indicazioni di cui bisogna tener conto, come: Un cristiano non può stare sempre con la “faccia da funerale”, e non può condurre una vita a “stile di quaresima senza pasqua”. La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù. Tutti devono entrare in questo fiume di gioia, e uscire verso il mondo, andare incontro, cercare i lontani e arrivare ai crocicchi delle strade, per realizzare una nuova tappa evangelizzatrice marcata dalla gioia.

Ecco l’atteggiamento giusto. Né vanto né vergogna, ma gioia e gratitudine. Il vangelo è la bella notizia che siamo destinatari di un amore che colma di senso la nostra vita. La gioia che ne deriva non è basata sul benessere materiale o psicologico, ma sulla certezza di quest’amore che invade tutto e traspare in tutto, qualunque cosa accada, si faccia o di cui si parli: problemi d’ogni giorno, famiglia, economia, politica, povertà, gioie e dolori.

Leggendo l’esortazione del papa pensavo appunto alla gioia di san Gabriele, di cui in questo mese ricorre la festa liturgica. Appena entrato in convento fa sapere a suo padre che “la gioia provata dentro queste mura è indicibile a paragone di quella sperimentata di fuori. Con inesprimibile gioia ho indossato l’abito religioso”. E come sintesi di tutto, “la mia vita è una gioia continua”. Ne era pieno nell’intimo, la irradiava dentro e fuori convento, ardeva dal desiderio di andarla ad annunciare come missionario.

Era la gioia del vangelo? Certo, perché vangelo è la persona del Signore crocifisso e risorto, che vive nella fede della chiesa e nella sete di verità e di amore di ogni essere umano. Averlo incontrato e vivere della vita divina che egli condivide con noi è la pienezza di ogni uomo e di ogni donna. Gabriele ci sta annunciando questa gioia da oltre cent’anni, col suo santuario e con questa rivista che riporta l’eco della sua presenza evangelizzatrice nella storia.

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