MULTIETNICA E MENO POPOLATA

l'Italia che sarà
By Antonio Andreucci
Pubblicato il 31 Dicembre 2015

Il nostro tasso di natalità è ai minimi storici: 1,3 figli per coppia. Un fenomeno dovuto certamente alla crisi economica che non aiuta a mettere su famiglia, dato che oltre il 40 per cento dei giovani è disoccupato e il restante è occupato in modo parziale o precario. E poi mancano politiche efficaci di reale sostegno alla famiglia, che contemplino anche un diverso tipo di tassazione in base al numero dei figli Come saremo tra un anno, e fra 30-40 o cinquant’anni? Intanto, speriamo di viverli, e in buona salute. Ma, al di là del nostro futuro personale, come sarà l’Italia? Certamente aumenterà considerevolmente la quota degli anziani per via dell’incremento dell’aspettativa di vita, ma saremo anche di meno: studi recenti parlano di 45 milioni contro i 62 attuali, con una discesa che ci riporterebbe ai livelli dell’ultimo dopoguerra. Troppi? Pochi? Secondo alcuni analisti, per mantenere il livello di popolazione ci sarà bisogno di una forte iniezione di stranieri, fenomeno già oggi molto evidente. Altri, invece, ritengono che non sarebbe un dramma se si scendesse di alcuni milioni di abitanti, perché forse potrebbero esserci maggiori possibilità occupazionali per gli italiani. Attualmente siamo la nazione più vecchia tra quelle maggiormente popolate dell’Europa e, assieme alla Germania, siamo anche quella con un tasso di natalità altamente negativo. Invece, la Francia (dove il tasso di natalità è rimasto invariato negli ultimi 40 anni, unico caso tra i paesi sviluppati) e la Gran Bretagna (dove da 30 anni vi sono più immigrati che emigrati) sono autosufficienti sotto il profilo demografico, così come la Spagna che, però, dovrebbe trovarsi nelle nostre attuali condizioni tra una decina di anni.

Quando i bambini di oggi arriveranno a discutere la tesi di laurea saremo 55 milioni, numero destinato a scendere a 45 nel 2050. Ecco, quindi, che da più parti si ritiene che l’Italia futura sarà largamente multietnica, con caratteri somatici differenti, con un numero assai maggiore di meticci. Il nostro tasso di natalità è ai minimi storici: 1,3 figli per coppia. Un fenomeno dovuto certamente alla crisi economica che non aiuta a mettere su famiglia, dato che oltre il 40 per cento dei giovani è disoccupato e il restante è occupato in modo parziale o precario. E poi mancano politiche efficaci di reale sostegno alla famiglia, che contemplino anche un diverso tipo di tassazione in base al numero dei figli. Perché si fa presto a dire che gli italiani sono restii a fare pargoli: poi occorre farli crescere, vestirli, mandarli a scuola e tutto il resto. Poi, a dirla in breve, occorrono i denari necessari e la sicurezza di averli.

Questo è un aspetto, ma non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia. Occorre anche guardare in faccia alcune realtà: la tendenza a non volersi sacrificare, a non rinunciare a tante cose, dalle beauty farm alle vacanze, alle discoteche anche con i capelli bianchi in testa. Insomma, a un tipo di vita sempre più accattivante per le attuali generazioni. I figli implicano anche rinunce in termini di spese e di tempo. Quando i nostri padri emigravano, facevano figli e accudivano i genitori, un modo di vivere oggi riscontrabile sempre meno tra gli italiani e sempre più tra chi viene da noi. Ecco perché tra qualche decennio rischiamo di essere in minoranza.

Ma una società multietnica è per forza di cose negativa? C’è chi sostiene di no, e cita gli esempi di nazioni come gli Stati Uniti o l’Australia, le cui origini sono totalmente legate all’emigrazione e nelle quali il tenore di vita e i servizi sono certamente ben diversi, e migliori, dei nostri. Occorre pensare a una nazione multietnica in un continente multietnico verso il quale guardano centinaia di milioni di africani, per esempio, il cui numero tra qualche decennio supererà i due miliardi di persone (ora sono oltre 1,2 miliardi). Ma è negativo il fatto se una nazione perde popolazione? Questo è un altro argomento interessante sul quale riflettere. In passato vi sono state diminuzioni demografiche a causa delle guerre e delle pestilenze, ma molti popoli sono rinati più sviluppati di prima. Secondo alcune correnti di pensiero, un incontrollato flusso in entrata e il protrarsi della tendenza a non fare figli metterebbero in pericolo le stesse radici culturali, religiose e storiche di una nazione. Come si vede, non è semplice gestire il futuro, un’attività che molti politici vedono solo come salvaguardia del bacino elettorale e del conto in banca.

Occorre muoversi subito, perché il tempo scorre come il cronometro del sito italiaora.org che aggiorna continuamente sulla situazione italiana. Elaborando i suoi dati si giunge alla conclusione che l’anno che ci siamo lasciati alle spalle ha visto un saldo negativo di natalità pari a 7 mila persone (571.522 i nati, 578.553 i morti), ma la popolazione è aumentata di 322 mila abitanti, grazie a 330 mila nuovi immigrati, il cui numero complessivo è ora superiore ai 6, 4 milioni. C’è il rischio che nella penisola che comprende anche lo stato Vaticano la fede più professata non sia più quella cristiana.

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