MORTI SOSPETTE, IL CALCIO S’INTERROGA

By Fabrizio Cerri
Pubblicato il 2 Febbraio 2023

Se ne sono andati via, così, d’un sol colpo. Sono andati via lasciando vuoti che in certi casi, come questi, si è soliti definire incolmabili. E che tali crediamo debbano essere nella realtà dolorosa e dolorante non solo delle rispettive famiglie, ma in quanti li hanno conosciuti, li hanno frequentati, li hanno apprezzati, applauditi, amati. Edson Arantes do Nascimiento, Sinisa Mihajlović, Gianluca Vialli se ne sono andati in un amen, anche se quando ci hanno lasciato si sapeva, loro lo sapevano bene, a quale destino stavano andando incontro.

Nel mio lungo peregrinare nelle cronache dello sport ho personalmente conosciuto proprio Pelè, quell’Edson Arantes che mi concesse una lunga intervista quando venne a Roma per sponsorizzare una carta di credito alla vigilia del Mondiale 1990. E mi parlò dei suoi esordi, delle sue emozioni, soprattutto dell’emozione del suo esordio, appena diciottenne, al Mondiale che si giocò in Svezia nel 1958 e che lo proiettò nell’Olimpo dei più grandi (o proprio il più grande?) calciatori di tutti i tempi. Il raffronto con Maradona è sempre lì, dietro l’angolo: e al recensore di questa nota viene in mente un paragone assai simile, ancorché siano da prendere con le opportune cautele tempi e persone. Sì, insomma, Pelè e Maradona sono un po’ come furono, ai lor tempi, Coppi e Bartali, l’Airone invincibile ancorché umano e dunque fragile, e il Ginettaccio che spese e si spese anche per gli altri.

Vialli se n’è andato portando con sé, forse, chissà, lo stesso tragico destino che ha contrassegnato altre storie di altri calciatori, al punto da chiedersi se anche quella di Vialli non sia da catalogare come una morte annunciata, simile ad altre tragiche fatalità. Che magari proprio fatalità non sono, se si pone un po’ di attenzione alle indagini ed agli studi epidemiologici che strutture sanitarie e strutture sportive hanno messo e tuttora mettono in campo per saperne di più, e sapendo di più per intervenire, ancorché non di rado si adombri il sospetto che qualcosa non quadri: da quel misterioso fenomeno del “così fan tutti”, al “calcio come massa economico-sociale”, dal calcio quale terziario più avanzato del Paese, al concetto di “giocattolo” da non rompere per non sconquassare il movimento globale della società italiana. E allora che si fa? Si cambia qualcosa così che, gattopardescamente, nulla cambi. Sarà ancora così, dottor Guariniello? Sarà ancora così, presidente Gravina? Sarà ancora così, dottor Casini? Sarà ancora così, presidente Malagò? E per quanto tempo?

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