La lettera dell’8 marzo 1857 Gabriele dell’Addolorata la scrive dal noviziato di Morrovalle. Se il primo motivo è rispondere – rassicurandolo – al papà Sante che chiede insistentemente notizie circa la sua salute, essa è una perla per conoscere alcuni aspetti del mondo interiore del giovane novizio.
Gabriele, infatti, per esortare i fratelli allo studio e alla preghiera offre quasi un esame di coscienza: tra i tanti rimorsi che mi dilaniano il cuore questi sono gli speciali: poco studio, il non ubbidire massime nell’accomanarmi, e l’aver sempre, o giocando o dormendo o facendo altre cose, recitato il Rosario.
E una particolare raccomandazione alla preghiera la fa al fratello sacerdote, don Enrico, richiamandolo a pregare l’ufficio divino (la liturgia delle ore, ndr), senza che questo gli rechi fastidio o noia, ma piuttosto cogliendo anche questa occasione per lodare Maria SS.ma.
Il santo poi mostra di conoscere le proprie fragilità e di aver deciso risolutamente di volerle combattere. Per questo, chiede al papà Sante che convinca Teta (che gli aveva fatto sapere di volere andare a trovarlo) a rimandare la sua visita al termine del noviziato.
Non è un divieto dei superiori che – dice – sarebbero indifferenti ad una tal cosa, ma la conseguenza della sua risolutezza ad evitare, durante il tempo del noviziato, qualsiasi divagazione. E commenta: lascio considerare a voi se un fratello gradisce rivedere parenti sì affezionati. Ma la risoluzione è tanta da essere disposto anche ad esporsi al rischio di commettere qualche inciviltà.
Per quanto mi sforzi, però, non riesco proprio ad immaginare un santo come Gabriele dell’Addolorata che si mostri incivile verso qualcuno, specie se così caro come Teta, e infatti Gabriele motiva questa decisione con la necessità di non prestare il fianco a quella che definisce come una sua fragilità.
Personalmente, però, ho ancora vivo il ricordo dei miei primi tempi in convento. Ricordo che una volta, telefonando a casa per salutare la famiglia, raccontai a mia madre che eravamo andati a fare gli esercizi spirituali in un altro convento, e che l’indomani saremmo tornati a casa. Lei piena di entusiasmo mi disse che allora avrebbe prontamente allestito la mia camera e che mi avrebbe preparato i miei piatti preferiti. E ricordo la delusione nella sua voce quando le spiegai che, dicendo che saremmo tornati a casa, intendevo dire al convento in cui abitavo normalmente.
Certo, Gabriele probabilmente non vuole esporsi al piacere di reimmergersi tra affetti che gli sono familiari, ma molto più non vuole esporre una persona cara al sentimento di nostalgia o ad un più doloroso distacco.
D’altra parte in tutte le sue lettere ricorre una costante attenzione alle questioni di casa, un vivo interesse per la salute fisica e spirituale del papà Sante e per quella di ciascuno dei suoi fratelli.
Anche l’invito fatto recapitare a Teta di posticipare la sua visita, quindi, non è altro che una prova in più della sua attenzione e sensibilità per i sentimenti delle persone care.
