L’USO POLITICO DELLA SCIENZA

il punto
By Stefano Pallotta
Pubblicato il 29 Dicembre 2014

Non conosciamo, mentre scriviamo queste note, le motivazioni della sentenza d’appello del processo alla commissione “Grandi Rischi”. Una sentenza che ha completamente ribaltato quella di primo grado che aveva condannato i membri di quella commissione che, alla vigilia del terremoto del 6 aprile 2009, tennero una riunione all’Aquila al termine della quale fu emesso il famoso comunicato che, in qualche misura, tranquillizzò la popolazione sullo sciame sismico in atto. Un comunicato, si disse ed è stato sostenuto nei due processi, che impedì a molti aquilani di adottare le misure di sicurezza necessarie a evitare la tragedia che, così brutalmente, si abbatté su di loro. Una sentenza che, a quanto pare, scarica solo sul vice direttore della Protezione civile parte della responsabilità che si riferisce alle imputazioni a carico delle persone che sono comparse dinanzi ai giudici.

Non conosciamo ancora le motivazioni ma per quello che vogliamo sostenere, è una conoscenza non indispensabile; l’unico augurio è quello che i giudici non sposino la tesi di qualche difensore che ha addossato ai giornalisti e alla loro “tendenza a manipolare i fatti” la responsabilità della campagna di sottovalutazione del rischio sismico (ma quanto sforzo di originalità !). Ai difensori è permesso tutto o quasi, per i giudici è un’altra cosa. No, ci interessa un altro aspetto della vicenda che, probabilmente forse, nessun tribunale potrà mai giudicare dal punto di vista penale; l’unico giudizio di valore potrà avvenire solo (si spera) da parte di un’opinione pubblica consapevole di quanto avvenuto. Un processo cognitivo che può essere la risultante della lettura delle cronache giudiziarie, degli atti processuali e delle dichiarazioni dei protagonisti in aula e fuori dai tribunali.

Che cosa emerge dal disposto combinato di questi elementi conoscitivi? Inequivocabilmente: l’uso politico della scienza e, per meglio dire, l’uso strumentale degli scienziati per fini di operazioni politiche volte a tenere sotto controllo l’allarme sociale. Emblematica, sotto tale profilo, la telefonata tra il direttore del dipartimento nazionale della Protezione civile Bertolaso e l’assessore regionale, Daniela Stati. Il livello nazionale (Bertolaso) che, con l’autorità che gli deriva dal suo ruolo, impartisce al livello locale (Stati) le direttive per contenere l’allarme sociale generato dallo sciame sismico, ma anche per assestare un colpo definitivo a quello che ritiene un “ciarlatano” che con le sue false teorie scientifiche sta alimentando l’allarme.

Niente di nuovo sotto il sole, si dirà: nella società moderna la politica o, se si vuole, il potere, ha sempre cercato di sfruttare la scienza per perseguire fini di controllo sociale. La neutralità della scienza è solo un mito. Nel caso dell’Aquila, però, c’è un elemento che lascia un prolungato retrogusto di amaro in bocca: il profilo terra-terra di questa strumentalizzazione e il prono atteggiamento di chi ha consapevolezza che i meccanismi che regolano la distribuzione dei contributi e delle carriere scientifiche sono legate a corda doppia al potere politico e ai suoi satrapi. Non sappiamo che cosa ci dirà la sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila, ma questo uso così pecoreccio della scienza per usi politici potrebbe essere, anche per i giudici, un giusto elemento di riflessione teoretica.

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