Un mezzino nelle mani di Dio. È così che Gabriele dell’Addolorata percepisce se stesso. E aggiunge: debole, fiacco e inutile!
La lettera porta la data del 19 luglio 1859, è indirizzata al papà Sante nella casa di Spoleto ed è la prima scritta dal ritiro di Isola (TE) dove era arrivato con alcuni suoi confratelli appena il 10 precedente.
Nonostante questa fosse la visione che il santo aveva di sé, i suoi consigli erano tuttavia dettati da un solo altissimo interesse: il bene dell’altro. Forse, quindi, è più per la pena di un bene non ancora raggiunto che per il rammarico di vedere i suoi appassionati consigli disattesi che spingono il giovane religioso a ripetere cose già dette e ribadire concetti già espressi col rischio di apparire fermo nelle sue idee.
In questa lettera, infatti, Gabriele torna su consigli ed esortazioni già dati. Alcuni esempi: il consiglio riguardo al discernimento in vista delle decisioni importanti (cf. L’ECO 2026-03, p. 75), che Gabriele raccomanda di seguire al più presto, perché non sia troppo tardi; la raccomandazione al padre a essere generoso perché – sottolinea – ha un figlio che vive di pura elemosina e al quale grazie a Dio non manca nulla; l’esortazione a tutta la famiglia a venerare l’Addolorata.
Proprio quest’ultimo punto merita una particolare attenzione. Il santo, che solo poco tempo prima aveva ricevuto a Pievetorina (MC) una visita di Pacifica, spiega: io dalle sue relazioni conobbi che al vento erano quasi buttate le mie raccomandazioni. Non sono parole di rimprovero, quanto di amara constatazione e quasi di rammarico per un bene sfuggito ai suoi cari.
D’altra parte il santo scrive – lo ricordiamo – col cuore alle labbra, e tanta insistenza è quindi piuttosto l’indice della sua ferma convinzione che quanto detto possa portare giovamento e progresso spirituale al destinatario. Così, aggiunge, al papà Sante, sempre bramoso di notizie dal figlio che vive lontano: se bramate leggere i miei caratteri, rileggete quelle [le lettere passate]… ché potrebbe essere che ne ricavaste [sic!, ndr] frutti di vita eterna.
Personalmente sono certo che rileggere le lettere – semplici e familiari – di Gabriele dell’Addolorata offra occasioni di arricchimento per tutti: per le famiglie in cerca di una modalità di confronto costruttivo tra le diverse generazioni; per i giovani in cerca di ispirazione e coraggio nel seguire la chiamata di Dio per loro (sia essa alla vita religiosa e sacerdotale o alla famiglia); per gli adulti che sentono il peso di mille problematiche che, pure esterne alla famiglia, non di meno incidono su di essa, non fosse altro perché tolgono energie e serenità a chi invece sente il dovere di guidarla nelle vie di Dio.
D’altra parte a garantire il valore di queste lettere è – indirettamente – lo stesso direttore spirituale di san Gabriele, padre Norberto, il quale in una nota destinata a Sante Possenti, posta in calce proprio a questa lettera, scrive: Confratel Gabriele, dacché ha messo piede tra i Passionisti, si è dato a Dio davvero. Non v’è stato caso di doverlo riprendere… anzi m’è convenuto sempre tenergli sopra l’occhio ben attento, perché non vigilato avrebbe dato in eccessi nocivi alla sua salute tanto spirituale che corporale.
Perché se di un eccesso Gabriele era capace, era quello nell’amore al Crocifisso e a Maria.
