L’ABRUZZO NELLA RESISTENZA

a settant’anni dall’8 settembre 1943
By Angelo Paoluzi
Pubblicato il 5 Ottobre 2013

Il tributo di sacrifici e di sangue della regione si può calcolare intorno alle cinquecento vittime civili, nella ventina di stragi, alcune particolarmente efferate, perpetrate  dai nazifascisti La storia recente del nostro paese ha fatto tappa in Abruzzo – che ne conserva la memoria a settanta anni di distanza – nelle vicende della seconda guerra mondiale, specie in quelle fra il 1943 e il 1945, quando in Italia si consumò, progressivamente eliminata dall’avanzata delle forze alleate, l’occupazione tedesca.  Lungo la via Tiburtina Valeria si snodò, il giorno dopo l’8 settembre, il corteo di macchine che portava a Pescara il re fuggiasco, la sua famiglia, una parte del governo, lo stato maggiore dell’esercito per imbarcarsi e mettersi in salvo a Brindisi. Sul Gran Sasso, un commando tedesco, per ordine di Hitler, liberava il 12 settembre a Campo Imperatore Benito Mussolini che vi era stato confinato. E l’Abruzzo fu la sola regione del sud che nella sua interezza sia stata coinvolta nella resistenza contro l’invasore e i suoi complici fascisti, partecipando per dieci mesi, a partire dal settembre del 1943 e sino alla completa liberazione nel giugno del 1944, alla lotta  per i diritti e la libertà in tutti i modi nei quali essa si è espressa: reti di aiuto e protezione popolari ai perseguitati, sabotaggio nei confronti degli invasori, sostegno della gente alle formazioni partigiane, partecipazione diretta di queste ai combattimenti; nacque addirittura una formazione militare, la Brigata Maiella, che fiancheggiò con un migliaio di volontari le truppe alleate dalla costituzione, nel gennaio del 1944, sino alla fine della guerra, nel maggio del 1945, solo reparto militare italiano la cui bandiera sia stata decorata con medaglia d’oro.

Il tributo di sacrifici e di sangue della regione si può calcolare intorno alle cinquecento vittime civili, nella ventina di stragi – alcune particolarmente efferate – perpetrate  dai nazifascisti, da Lanciano a Pietransieri, da Sant’Agata a Capistrello, da Filetto a Onna. A Lanciano agli inizi del settembre 1943 è esploso il primo episodio di rivolta popolare – precedente le ben più note giornate di Napoli – che fu repressa nel sangue dagli occupanti, facendo attribuire alla città la medaglia d’oro al valor civile. A ciò vanno  aggiunte le diciassette medaglie d’oro al valor militare e gli altri riconoscimenti alla memoria ad altrettanti martiri; e non possiamo dimenticare i caduti in azioni di guerra e gli internati militari morti nei campi di internamento tedeschi per non aver voluto aderire alla Repubblica di Salò. Furono una cinquantina le “bande” che operarono in tutto il territorio, con un numero complessivo fra i 3.500 e i 4.000 appartenenti e che dettero filo da torcere al nemico.

In quelle circostanze la popolazione testimoniò, in un moto di opposizione spontanea e senza colore di parte, di un altruismo che forse non ci si attendeva da persone aliene dalla politica, tendenzialmente conservatrici, probabilmente stimolate alla solidarietà dai loro preti e pastori. Non si possono dimenticare gli interventi dei vescovi de L’Aquila, monsignor Carlo Confalonieri, e di Chieti, monsignor Giuseppe Venturi, sia in difesa dei loro fedeli, sia per il sostegno offerto a chiunque facesse opera di assistenza a perseguitati politici, ebrei, militari sbandati. Ricordiamo  l’attività di don Antonio Tchang Chang, il prete cinese che soccorse diecine di soldati alleati in fuga nel santuario abruzzese di San Gabriele dell’Addolorata, nel quale trovarono rifugio e salvezza altri perseguitati. E due luminose figure di sacerdoti abruzzesi, don Gaetano Tantalo e il futuro superiore degli orionini don Gaetano Piccinini, figurano fra i “giusti di Israele” per essersi spesi a favore dei perseguitati ebrei.

Di quel periodo di storia conservo un ricordo personale, spettatore a quindici anni della duplice rappresentazione del dramma nazionale. Nel settembre 1943 mi trovavo a Tagliacozzo, un paese della Marsica località abituale di villeggiatura della borghesia romana e napoletana. Al mattino presto del 9 settembre  con un gruppo di compagni ero nella villa comunale, il grande giardino pubblico che costeggia la via Tiburtina Valeria. Vedemmo avanzare un corteo di macchine, su una delle quali vibrava il guidone reale, che si fermò dinanzi alla pompa di benzina. I carabinieri ci allontanarono ma non tanto da impedirci di scorgere alcuni ufficiali che scendevano dalle vetture per sgranchirsi le gambe, accendere una sigaretta o addentare un panino. Era la fuga del re, della sua famiglia, degli alti comandi, dei poteri dello stato.

Noi ragazzi abbiamo avuto anni per metabolizzare quei ricordi, e magari per alimentare (come accadde a me) sentimenti repubblicani, che furono inconsapevolmente rafforzati a partire da quello stesso momento quando, mossi dalla curiosità e forse intuendo la situazione storica che stavamo attraversando, trascorremmo praticamente due giorni alla stazione. Qui assistemmo con un crescente senso di pietà al transito dei treni stipati di militari in fuga – una parte di quei due milioni e mezzo di uomini lasciati alla loro sorte sui vari fronti di guerra – aggrappati ai predellini, coricati sui tetti dei vagoni, appesi attorno alle strutture delle locomotive.

Nel giro di quarantotto ore la sorte di un paese, il nostro, mutò in modo drastico. Avemmo notizia della calata di truppe tedesche e dell’occupazione militare del territorio nazionale a nord del Garigliano, degli scontri a Roma a Porta San Paolo e di altri episodi di resistenza di reparti armati qua e là per il paese, sapemmo delle prime rappresaglie contro i civili, vedemmo i nostri fratelli maggiori darsi alla macchia. In quell’estate del 1943 i miei compagni e io, per quanto ancora immaturi, abbiamo imparato nella concretezza delle circostanze i valori di una libertà che si conquista nella sofferenza e al cui appuntamento l’Abruzzo ha risposto con onore.

 

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