La vera chiave della felicità

Le persone di questa terra non possono renderti felice, sono incostanti, bugiarde nell’amore…

Gabriele dell’Addolorata scrive queste parole al fratello Michele nel dicembre del 1861. Il giovane santo tocca il tema centrale per la vita degli uomini della felicità, e mette in guardia contro ciò che sembra minarla: l’incostanza e l’amore bugiardo.

L’incostanza. Oggi come allora (ma forse anche più che allora) assistiamo a scelte e propositi – anche nobili – che talora finiscono per sciogliersi come il ghiacciaio Calderone: qualcosa che si proponeva come indissolubile e per tutta la vita, non regge le prove della vita. Matrimoni e vocazioni (ahimè anche sacerdotali e religiose), ma anche le Alleanze tra popoli (penso alla Nato) sono prova della piaga dell’incostanza.

L’amore bugiardo. A chi non è capitato di avere amici di facciata? Quelli inseparabili quando tutto va bene, ma che quando si sperimenta la prova o qualche difficoltà finiscono per eclissarsi?

È quindi chiaro che le persone di questa terra non possono renderci felici!

Dalla mindfulness a certe meditazioni, senza dimenticare certe moderne ricette motivazionali che vorrebbero farci intendere la felicità come qualcosa per cui lottare, quasi una conquista. Ma la verità è che se la vita dell’uomo è un mistero, quasi uno scrigno, la felicità è il suo tesoro. Il difficile sta nel trovarne la chiave. Questa chiave, infatti, non la si può conquistare. E allora?

Gabriele dell’Addolorata ha scritto che la sua vita è un continuo godere, dunque in cosa ha trovato la chiave della felicità? Il lettore affezionato a questa rubrica ricorderà il contesto di quella frase: Gabriele trova la felicità quando sperimenta la misericordia di un Dio paziente con lui che faceva orecchie da mercante alla sua chiamata, o quando sperimenta la benevolenza dei suoi due padroni (Gesù e Maria).

La felicità, quindi, non si conquista e non si riceve, ma si scopre. Non nell’amare infatti – prosegue san Gabriele scrivendo a Michele – se anche si trovasse persona da tali difetti priva, il solo pensiero di doversi un giorno sparare amareggia e tormenta il cuore, ma nel sapere di essere amato.

Questo vale per tutti: per i chiamati alla vita religiosa, sacerdotale o nuziale, come per le nazioni.

Diceva san Paolo della Croce che se il mondo ricordasse di più la Passione di Gesù, la più grande e stupenda opera del Divino Amore, molti dei mali del nostro tempo non ci sarebbero. Se veramente ricordassimo fino a che punto Dio ha amato ogni uomo, non verrebbe voglia di promuovere la comunione più delle divisioni? La condivisione del benessere, più che l’accumulo anche a costo di guerre e vittime innocenti dell’egoismo e della smania di potere di qualcuno?

La lettura della società di san Gabriele è stata certamente ispirata: pur senza avvalersi di intelligenza artificiale, infatti, ha dato una lettura della società che nonostante sia passato oltre un secolo e mezzo, conserva tutta la sua attualità e meriterebbe forse di essere riletta ad ogni livello.

L'ECO di San Gabriele
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