LA RIFORMA LITURGICA CONTINUA

cinquant'anni di concilio
By Carlo Ghidelli
Pubblicato il 1 Maggio 2014

LA RIFORMA VOLUTA DAI PADRI CONCILIARI

Si legge nel numero 21 della costituzione Sacrosanctum concilium: “Affinché più sicuramente il popolo cristiano possa avere l’abbondanza di grazie nella sacra liturgia, la santa madre chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia stessa. Infatti la liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei secoli possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia, o si fossero resi meno opportuni”.

Tutti quelli che ricordano come si svolgeva la celebrazione della messa prima del concilio Vaticano II, comprendono facilmente quello che i padri conciliari intendevano dire e desideravano fosse fatto. Non più una messa del prete mentre i fedeli recitavano il rosario; non più la messa celebrata in una lingua morta o, meglio nota solo ai preti; non più una messa concepita come proprietà privata, esclusiva dei preti e di pochi addetti ai lavori; ma una messa partecipata attivamente da tutti con piena consapevolezza del fatto che, sia pure a titolo diverso, tutti siamo chiamati a celebrarla come Dio vuole.

Noi sappiamo che la riforma liturgica è stata la prima e più importante riforma regalataci dal concilio. Resta solo da chiederci se ne abbiamo fatto tesoro, se veramente partecipiamo alla messa e agli altri sacramenti nella convinzione che, come ci ricorda il concilio, stiamo esercitando il nostro sacerdozio battesimale. Forse abbiamo ancora qualche passo da fare.

 

BIBBIA E LITURGIA

Un secondo aspetto della celebrazione eucaristica che i padri conciliari hanno voluto trattare è quello che riguarda il rapporto tra liturgia e bibbia. Ecco quanto essi scrivono a proposito: “Massima è l’importanza della sacra scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa, infatti, vengono tratte le letture da spiegare nell’omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni. Perciò, allo scopo di favorire la riforma, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga promossa quella soave e viva conoscenza della sacra scrittura, che è attestata dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali” (SC 24).

Queste espressioni suscitano in noi alcuni interrogativi che non possiamo né vogliamo eludere: “Stiamo davvero camminando per acquisire quella soave e viva conoscenza della sacra scrittura di cui parla il concilio? Abbiamo davvero fame e sete della parola di Dio, come si auspicava il profeta Amos (8,11)? Crediamo davvero che la parola di Dio è viva ed efficace come una spada a doppio taglio (vedi Ebrei 4,12)? Per arrivare a tanto non basta quello che già facciamo: a mio avviso è importante ma non è sufficiente. Occorre dare alla parola di Dio scritta, soprattutto ai vangeli, maggiore attenzione e maggior spazio nelle nostre giornate, nei nostri incontri comunitari, nei nostri scambi fraterni.

Oltre alla lettura personale sarebbe opportuno mettere in atto un vero e proprio studio della parola di Dio. Non dimentichiamo che questo è stato il principale impegno pastorale dell’indimenticato arcivescovo Carlo Maria Martini e questa, direi, è la più preziosa eredità che ci ha lasciato. Lui che tutta la sua azione pastorale ha voluto ispirare alle parole del salmo 118,115: “Lampada ai miei passi è la tua parola, Signore, luce sul mio cammino”.

 

NATURA GERARCHICO-COMUNITARIA

“Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa, che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò appartengono all’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione” (SC 26).

Parlare della natura gerarchica della liturgia significa che essa deve essere celebrata sempre in comunione con i vescovi, segnatamente con il vescovo della propria diocesi. Per noi questo implica una valorizzazione sempre più consapevole del genio e della spiritualità tipica della liturgia ambrosiana, che affonda le sue radici nel grande tesoro delle catechesi e degli inni di sant’Ambrogio, nostro padre nella fede e fondatore del nostro rito.

Parlare della natura comunitaria della liturgia significa che essa esige di essere celebrata sempre nella comunione con la chiesa particolare e con la chiesa universale: la catholica! Questa sintonia riguarda certamente la professione della stessa fede e della stessa dottrina, ma riguarda anche quella comunione spirituale che si estrinseca soprattutto nella collaborazione alle stesse opere di apostolato.

Occorre anche ribadire che “le azioni liturgiche non sono mai azioni private”: è come dire che nessuno, neppure il prete celebrante, può permettersi di appropriarsi di una parte della liturgia imprimendole una nota personale. La liturgia è di tutto il popolo santo di Dio e come tale deve essere rispettata.

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