Sì, è vero. Il nostro Occidente, glorioso e con duemila anni di storia, ha abdicato proprio alla sua storia. Il senso di Dio? Perduto. Il senso della famiglia? Cancellato. L’Aldilà? Negato. Non c’è niente oltre le Colonne d’Ercole del nostro breve spazio di vita. Siamo come naviganti senza più bussola, che vagano incerti alla ricerca di un approdo che non c’è. E allora nasce il desiderio di vedere dove la colomba dello Spirito Santo abbia oggi fatto il nido, su quali uomini e donne abbia soffiato qualcuno dei suoi doni.
Partiamo da Gaza. La guerra è stata allucinante, devastante. Le immagini di bambini uccisi ancora accecano il nostro sguardo; camion presi d’assalto per un pezzo di pane; padri e madri costretti – con sottile perfidia – a fare uno o due chilometri a piedi, col caldo o con la pioggia, per arraffare un pacco di legumi che non si sa dove cuocere; genitori impazziti per qualche medicina negata che potrebbe salvare un figlio. E allora mi viene in mente qualcosa che sa di infinitamente cristiano senza essere cristiano. Penso al ginecologo Izzeldin Abuelaish (ne ho parlato una volta su queste pagine), musulmano, che un giorno, senza motivo, si è visto scoperchiare la casa da una cannonata di un tank israeliano. Bilancio: una moglie e tre figlie uccise sul colpo e un’altra figlia gravemente ferita. Non si è mai saputa la causa di questo sventramento: forse un errore del Mossad, forse un’informazione sbagliata su Izzeldin, o forse un arbitrio, un capriccio. Ora, quest’uomo avrebbe tutto il diritto di giurare odio eterno agli israeliani, di desiderare vendetta, di nutrire disprezzo razziale. Ma siccome è un uomo di fede, sa che dall’odio nasce altro odio, in una catena infinita che occorre fermare. E allora Izzeldin scrive un libro evangelico, un libro che già dal titolo spiega tutto. Si intitola Io non odierò ed è pieno di un accorato desiderio di una nuova fratellanza.
Scrivo stasera queste poche righe dopo aver ascoltato uno stralcio di vita da suor Benedetta, della congregazione dei Piccoli Fratelli di padre Foucauld. Suor Benedetta ha passato 39 anni fra i Tuareg e, la prima volta che mise piede in Africa, dovette stabilire un rapporto di buona vicinanza con questo popolo del deserto.
“Da dove venite?”, le chiesero. “Siamo suore e vogliamo vivere qui, in amicizia e in concordia”. “Ma chi vi manda?”, chiese ancora quello che sembrava il capo. “Ci manda Dio”, azzardò suor Benedetta, forse chiedendosi se questo concetto non fosse troppo intellettuale e se avrebbero capito. “Se venite da Dio – rispose – siamo della stessa famiglia, e tutto ciò che viene da Dio è sacro”.
Cominciò così questa missione dei Piccoli Fratelli di padre Foucauld, che durò quasi quarant’anni. E la suora mi dice, con un filo di commozione, di non aver mai trovato gente così pia, così fraternamente caritatevole, così amante della preghiera come fra i Tuareg.
Mi sembra, invece, che oggi, nel nostro mondo occidentale così tecnologico, si sia perso il filo che ci legava al soprannaturale. Certo, ci sono in Europa esempi di profondo cristianesimo, tanto volontariato, tanta assistenza, tante mense per i poveri; ma l’immagine che ne vien fuori è quella di una società che ha dimenticato il senso religioso della vita. E quel filo s’è oggi sfrangiato: spesso una fede formale, fatta più di abitudini che di entusiasmi, più clericale che interiore, nell’assoluta certezza che il Padreterno abiti solo qui e che ci basti la nostra tradizione secolare.
E mi tornano alla memoria le parole di Raimon Panikkar, un uomo che per tutta l’esistenza cercò nell’induismo (lui mezzo spagnolo e mezzo indiano) le tracce di un cristianesimo velato e nascosto. Nel suo diario c’è una bella frase che cito a memoria: “Lo Spirito soffia dove vuole”.
