La porta socchiusa…

Un giorno – non troppo lontano – i miei nipoti frugheranno fra le carte per vedere che cosa pensava o scriveva questo nonno un po’ ingombrante. In cerca di che? Di lettere d’amore rimaste nascoste fra insignificanti faldoni, romanticherie di gioventù mai buttate al macero, fitta corrispondenza di fidanzati quando i sentimenti erano affidati – al massimo – all’Olivetti Lettera 22. E guardando bene, troveranno qualche pagina sgualcita di questa rubrica. E qualcuno, leggendo, esclamerà: “Ma questo sono io, ricordo benissimo anche il posto del nostro dialogo, quello che ci siamo detti e confidati”.

Sì, lo confesso, ho molto saccheggiato dalle nostre discussioni ed è stato questo che ha dato (almeno spero) freschezza e verità a queste lettere familiari.

Ed ecco un fatto recente che mi ha un po’ confuso. Proprio giorni fa ho dovuto constatare come si sia allungata la distanza fra diverse generazioni: linguaggi diversi, diversi pensieri, diverse concezioni di vita, altri porti, altri approdi. Sto parlando di un mio nipote che vive a Londra, nato a Londra, scuole medie di alto bordo sia in America sia in Inghilterra, che però da un giorno all’altro ha deciso di non dedicarsi più agli studi che aveva fatto all’università, ma di fare “il falegname”: non un falegname che ti viene a sistemare gli sportelli dell’armadio, ma un falegname che disegna comò, tavoli da salotto e abat-jour, e che per seguire la sua vocazione si è mezzo licenziato dall’ufficio dove lavorava – metà stipendio – per affittare uno scantinato a mo’ di laboratorio.

Queste scelte sono state fatte l’anno scorso, ma è oggi che tutti i nodi vengono al pettine. È cominciata l’età dei dubbi, dei pentimenti, dei raffronti con un vasto ventaglio di scelte. Purtroppo ogni scelta escludeva le altre. Fare mostre? Seguire del tutto la propria vocazione, costi quel che costi? Abbandonare del tutto il vecchio lavoro? Lasciare Londra? Ed ecco allora un uomo sempre più travagliato, senza una carta topografica che segni un cammino, fra pentimenti, brandelli di coraggio e tanta zavorra di perplessità.

E allora un giorno, con molta incertezza, ho tentato: “Mario, posso darti un consiglio? Prega”. Mi ha guardato un po’ stranamente, come se avessi detto qualcosa di lunare. “Ti ripeto, prega”. E allora candidamente, molto candidamente, mi ha risposto: “Ma cos’è la preghiera? Come si fa a pregare?”

Sono queste le parole che hanno d’un tratto misurato la grande distanza di un quasi trentenne con la mia generazione, una distanza stellare. E ti sorgono dentro tante domande: possibile che cinquant’anni abbiano potuto sradicare l’eredità di secoli o di millenni? Possibile che una cultura cristiana fatta di monaci e santi, di filosofi e poeti, di missionari e predicatori sia evaporata senza lasciare tracce profonde? Possibile che scuole rinomate non abbiano impresso un’orma, se non indelebile almeno visibile? Non trovo risposte.

Eppure non sono pessimista, ho una quasi segreta certezza che è questione di tempo, che un giorno non lontano quello che tante generazioni hanno piantato fiorirà. La porta mi appare solo socchiusa. Ma Qualcuno l’aprirà.

L'ECO di San Gabriele
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