La nostalgia del soldato

Adoro il treno. Il treno non ha la monotonia della macchina, il rumore sordo del motore, la solitudine del guidatore, i paesaggi che ti sfuggono perché, a centotrenta o centoquaranta all’ora, devi stare incollato alla striscia di catrame che si snoda sempre uguale per chilometri, con una sorta di potere soporifero. Il treno, invece, è una lezione di vita, un tuffo nel passato, una rassegna di visi, di caratteri, di curiosità; un’immersione nell’esistenza degli altri che ti stanno vicini e che tu involontariamente ascolti: affari di famiglia, di cuore, di soldi, di salute. Insomma, il treno è un teatro viaggiante e tu uno spettatore involontario di una fetta di mondo. C’è perfino una possibilità di cultura, perché c’è sempre qualcuno che dimentica il giornale o un libro.

Un viaggiatore accanto a me è sceso a Bologna e mi ha lasciato il quotidiano di Venezia, Il Gazzettino. Lo sfoglio. E l’occhio si sofferma sul racconto di un vecchio soldato di Piove di Sacco – più di ottant’anni – che paragona il suo tempo al nostro con un’aspra critica ai giovani d’oggi: troppi soldi ai ragazzi, poco sudore e poco sacrificio, una gioventù senza spina dorsale che arranca e fatica sui tornanti della vita. E si sofferma sugli anni quaranta, su quell’epoca dolorosa e drammatica, quando gli aerei americani piegavano la resistenza con continui bombardamenti e lasciavano le città senz’acqua e senza gas, e bisognava fare una fila di ore alle fontane pubbliche per riempire tre fiaschi d’acqua. “Quella gioventù – scrive – non c’è più, e quella attuale, vissuta senza sofferenze e incertezze, è troppo molle. Non ha futuro”.

Debbo dire che, leggendo questi ricordi – e soprattutto questi giudizi – non ho provato nostalgia del passato. Ai giovani d’oggi si possono trovare mille difetti, ma sono giovani certamente migliori di quelli di ieri. La mia generazione – è vero – era stata forgiata fra difficoltà economiche e sacrifici, in un Paese povero che riempiva i bastimenti di emigranti per il Sudamerica; non c’erano i divertimenti di oggi, non c’era la televisione ma solo ingombranti radio incastonate in mobili di finto mogano che si ascoltavano in religioso silenzio. La famiglia era unita, i rapporti fra diverse generazioni non così labili o così rabbiosi come adesso, l’ideale era il posto fisso; eravamo ancora intrisi di nazionalismo e nessuno tentava la via dell’estero, tranne gli operai in cerca di fortuna.

La generazione attuale, quella dei ventenni o trentenni (penso ai miei nipoti), ha invece grandi orizzonti non provinciali, non considera più il proprio Paese come la terra del proprio futuro; c’è anche nei ragazzi di terza media un respiro europeo. Anche nelle categorie sociali più popolari c’è la possibilità di emergere, e ai ragazzi non fa più paura programmare il proprio futuro in Svezia o in Cina: conoscono le lingue, tecnicamente sono più preparati, si muovono con una scioltezza e disinvoltura che noi non avevamo. Certo, molti giovani – tantissimi – non avranno letto Guerra e pace di Tolstoj e avranno scarse notizie di Kant o di Hegel, ma penso che il progresso abbia aperto alla nuova generazione le porte del mondo. Mi rivedo in una vecchia fotografia di terza liceo: il viso di tanti miei compagni timidi e spaesati, con un avvenire nebbioso. Così penso che la nostalgia per un’età passata sia quasi irreale.

Certo, non c’erano ogni giorno femminicidi, non c’era il coltello facile, gli insegnanti non dovevano andare in classe col giubbotto antiproiettile, la famiglia non era disgregata, l’immigrazione non aveva ancora picconato le nostre città, la fede non era ancora in sofferenza. Eppure oggi esistono, in una società trasformata, grandi valori non sbandierati, come il volontariato, che annovera migliaia di giovani: iniziative che fermentano una nuova società. Malgrado tutto, mi sembra che serpeggi oggi una speranza, forse fragile, forse timida. Ma, come diceva Giambattista Vico, ci sono corsi e ricorsi. Dobbiamo sperare.

L'ECO di San Gabriele
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