La lezione di un giovane santo

Il Timore di Dio è noto come uno dei sette doni dello Spirito Santo. Ma in cosa consiste e come si vive? È questo uno dei temi della lettera che san Gabriele scrive al papà il 5 luglio 1859, in cammino dal ritiro di Pievetorina verso quello di Isola di Penne (come al tempo si chiamava l’odierna Isola del Gran Sasso).

Il giovane, che in altre occasioni aveva scritto di parlare col cuore alle labbra, in questa lettera ricorda a quelli di casa che la via del paradiso è stretta. E che non si può tenere il piede in due staffe o – per dirla con le sue parole – accoppiare Dio e il mondo confidando nel fatto che tanto Dio è misericordioso e quindi certamente ci perdonerà chissà quante mancanze.

San Gabriele è chiaro e perentorio nel dire: Iddio sì, è misericordioso, ma con chi lo teme, con chi ha il timore di offenderlo, e però si tiene lungi dai pericoli.

Insomma, timore di Dio non è la paura del castigo, ma il timore di offenderlo, un po’ come dovrebbe essere per ciascun figlio riguardo ai propri genitori.

E i pericoli, per Gabriele, sono tutte quelle cose apparentemente innocenti, che distraggono da Dio e rischiano di esercitare una qualche attrazione per lo spirito umano. A quel tempo si andava dalla lettura dei romanzi ai teatri, dalla frequentazione delle conversazioni al gioco delle carte.

Volendo attualizzare potremmo dire dal sistemare la casa alla gita fuori porta, dal frequentare gli stadi alla partita tra amici al bar (senza cadere – per carità – nelle forme estreme di tifo o ludopatia), dal giocare online alla chiacchierata con l’assistente ai: tutto ciò che può tenerci lontani da Dio, o anche solo distoglierci da Lui, per il santo sarebbe da evitare, o quanto meno da guardare con sospetto.

Apparentemente chi pratichi queste cose potrebbe dire non faccio nulla di male. San Gabriele previene la possibile obiezione – che a questo punto immagino comune tra i lettori – e osserva come qualcuno potrebbe cercare di giustificarsi dicendo Eppure bisogna che mi sollevi un tantino, io non ci vado per far male, ma soltanto per ricrearmi dalle mie occupazioni e fatiche, e non per commetter peccati e avverte: chi ama il pericolo perirà di quello.

Chissà se Gabriele ha mai conosciuto il filosofo cinese Confucio e quella massima a lui attribuita per cui Se non offri almeno una soluzione sei parte del problema. Di certo lui non attende che qualcuno gli chieda una possibile soluzione e al papà Sante consiglia con molto tatto di confrontarsi con un sacerdote zelante e dotto a cui far conoscere le cose tutte presenti e passate della famiglia… onde illuminato da Dio e conoscendo tutte le cose possa consigliare e consolare e così scansare le inquietudini.

Di certo, però, il giovane santo indica nella direzione spirituale (oggi si parla di più di accompagnamento spirituale, ndr) una fonte di nutrimento del nostro timor di Dio.

L'ECO di San Gabriele
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