La forma della leadership

Come si decide il leader di una coalizione che si candida poi a guidare un esecutivo? Il buonsenso vorrebbe che fosse il capo o la capa del partito più votato. Ma non è sempre stato così. A volte si è fatto ricorso a un federatore come lo fu Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, confermato con primarie simili a un plebiscito. In altre occasioni si è lasciato il campo alla totale incertezza, come avvenne, nel 1994, per lo schieramento dei Progressisti (ricordate la “gioiosa macchina da Guerra” di Achille Occhetto?).

Con la legge elettorale attualmente in discussione potrebbe essere obbligatorio indicare sulla scheda il candidato o la candidata premier. Si dirà che, di fatto, questo avviene ormai regolarmente dalla fine della Prima Repubblica. Negli anni di Berlusconi non sarebbe stato nemmeno necessario scrivere il nome, tanto era chiaro che il capo fosse lui. Anche se poi dovette cedere la primazia ad alleati con più voti di Forza Italia, ultima Giorgia Meloni, fondatrice e guida di Fratelli d’Italia. È poi consuetudine consolidata che alcune sigle si presentino con la designazione già stampata nel loro simbolo (per esempio la Lega di Matteo Salvini, Azione con Carlo Calenda). All’estero non succeede: è una tradizione tutta italiana. Una volta acquisito il risultato elettorale, è curioso notare che il presidente della Repubblica, secondo la nostra Costituzione, potrebbe in linea del tutto teorica affidare l’incarico a una persona diversa da quella indicata dalla coalizione vincente. Non vi è un obbligo, almeno formale, ma certo il suo gesto avrebbe qualcosa di assolutamente peculiare se non addirittura eversivo. Un’ipotesi di scuola, ma sufficiente per dire che l’indicazione sulla scheda, specialmente se si tornasse a un sistema elettorale del tutto proporzionale senza la maturazione di un premio di maggioranza, sarebbe di per sé non vincolante. I partiti conserverebbero la libertà di stringere alleanze anche diverse da quelle ostentate in campagna elettorale. Le maggioranze si fanno in Parlamento, gli eletti sono liberi di cambiare idee (e lo fanno fin troppo frequentemente), non c’è un vincolo di mandato.

Il cosiddetto campo largo dovrà individuare, se la legge alla fine lo richiederà, un candidato da scrivere sulla scheda. Se accadrà, lo farà controvoglia. Il centrodestra si presenterà con la proposta di continuare, anche nella prossima legislatura, l’esperienza a guida meloniana, abbandonando la regola precedente del leader del partito più votato. Ma che cosa accadrebbe se il partito più votato della coalizione non fosse Fratelli d’Italia? La legittimazione della candidata premier sarebbe ovviamente inferiore e forse assai difficile da difendere agli occhi di un capo dello Stato, che ha la responsabilità e la facoltà di scegliere.

Scenari suggestivi, un po’ da fantapolitica, ma che ci fanno capire quanto sia difficile e persino temerario adattare una legge elettorale allo scenario futuro più desiderato e non sempre così sicuro.

L'ECO di San Gabriele
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